domenica 30 settembre 2012

La nudità della nudità

 

ULALUME GONZÁLEZ DE LEÓN

CORPO INTERO

Separare il tatto dalle mani
verso un repertorio differente
di esercizi di sottrazione

Toccare solo la tua voce
Poi: solo il tuo odore
Poi: solo la tua luce

Poi:
l’incompiuto in tua presenza
non conoscere

E calzare di nuovo il tatto
per toccare il tuo corpo
per toccare nella tua nudità
là nudità stessa della nudità

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“I libri di scienza naturale mi appassionano per quello che non dicono“ disse in un’intervista la poetessa messicana di natali uruguaiani Ulalume González de León (1932-2009). E tentare di scoprire quello che le cose non dicono, quel legame segreto e misterioso che intesse la realtà, è proprio il compito della poesia. Anche il corpo dell’amata o dell’amato può essere “letto” in questo modo, ed è quello che Ulalume González de León fa in questa poesia, per arrivare a cogliere addirittura la nudità stessa della nudità, la sua essenza ultima.

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HENRI MATISSE, “NU BLEU III”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il grande avvenimento dell'amore è l'istante in cui si rivela la nudità.
PIERRE LOUŸS, Afrodite

sabato 29 settembre 2012

Notte senza stelle

 

ANTONIO AGOSTINHO NETO

NOTTE BUIA

Ah, è tanto triste la notte senza stelle!

Un giorno
il mio sole cadde nel mare
e si fece notte in me

Un giorno iniziò una notte senza stelle.

Ma nella notte buia
i cuori si levano

Ah! È così allegra l’alba!

Sulla curva del fiume Kwanza
il sole si immerge
rosso
tagliando all’orizzonte ombre di palme.

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Antonio Agostinho Neto (1922-1979) fu il primo presidente dell’Angola. Ma fu soprattutto un poeta. Ed è facile riconoscersi in questi versi, in questa analogia in cui la vita è come un susseguirsi di giorni e di notti, di periodi belli e di altri brutti. È facile ricordare i momenti in cui le cose non andavano bene e sembrava di vivere in una notte buia, in un cielo senza stelle. In realtà, anche nella vita, alle notti più buie segue sempre un’alba, che sia più o meno radiosa.

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FOTOGRAFIA © RUDOLPHS NO UNO

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LA FRASE DEL GIORNO
Non c’è notte così buia che, una volta che ci si abitui all’oscurità, non abbia chiarore.
DONATELLA BISUTTI, Rosa alchemica

venerdì 28 settembre 2012

Chiarità nell’anima

 

SERGEJ A. ESENIN

S’È INTESSUTA SUL LAGO

S'è intessuta sul lago
la luce scarlatta dell'alba.
Sulla foresta gemono sonori
i galli cedroni.

Piange in qualche posto il rigogolo,
seppellendosi nel cavo dell'albero.
Solo io non piango:
ho chiarità nell'anima.

So che a sera verrai,
attraversando l'anello delle strade,
e sederemo su biche fresche
sotto il vicino pagliaio.

Ti bacerò fino all'ebbrezza,
fino a gualcirti come un fiore.
Non c'è biasimo
per chi è ebbro di gioia.

Sotto le carezze tu stessa
getterai il velo di sposa,
ti porterò ubriaca
fino al mattino tra i cespugli.

E lascia che piangano trillando
i galli cedroni.
C'è una tristezza allegra
sulle cortine dell'alba.

(da Poesie e poemetti – Traduzione di Eridano Bazzarelli)

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C’è una gioia bucolica – anche nell’amore carnale e sanguigno – in questa poesia di Sergej A. Esenin (1895-1925). Si può dunque comprendere appieno quella definizione di “poeta contadino” affibbiata all’autore russo: risalta chiaramente l’esaltazione che gli dava quel mondo arcadico, che poi avrebbe rimpianto a Mosca e a San Pietroburgo, e nelle tournées in Europa e negli Stati Uniti al seguito della terza moglie, la celebre ballerina Isadora Duncan, di 17 anni più anziana, sposata d’impeto nel maggio 1922 e dalla quale divorziò nemmeno un anno dopo. Il suo mondo era quello di Kostantinovo, nel Rjazan’, il luogo delle foreste dove cantano i galli cedroni e i rigogoli, dei laghi che si tingono della luce dell’alba, dei campi di grano dove le spighe ondeggiano al vento…

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VINCENT VAN GOGH, “CAMPO DI GRANO CON VOLO DI CORVI”

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LA FRASE DEL GIORNO
La campagna è lirica, la città drammatica.
HENRY WADSWORTH LONGFELLOW, Kavanagh: a tale

giovedì 27 settembre 2012

Il gioco della memoria


NGUYEN BAO CHANBao

MEMORIA

La memoria gioca a “io-vedo”
Con le cose che uno ricorda

Trova una bambola di legno
E sogna un bosco

Raccoglie una conchiglia
E ascolta le onde dell’oceano

Vede i raggi del sole che nasce
E risente la dolcezza dei baci

Sfiora la pelle nuda
E arde delle braci dell’amore

Sorseggia la rugiada della notte
E soffre di nuovo un’antica sete

Tocca il fiume
E le onde si allontanano

Si nasconde
E scopre il cielo

Gira su se stessa
E cade nell’abisso...

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C’è un gioco che si fa di solito con i bambini piccoli per far prendere loro dimestichezza con le parole: si dice “io vedo” e si nomina un oggetto nella stanza, che il bambino va poi a prendere. La memoria si comporta allo stesso modo, dice la poetessa vietnamita Nguyen Bao Chan (Haiphong, 1969): crea collegamenti tra oggetti fisicamente presenti e le nostre emozioni sepolte in qualche parte remota di noi, le trae alla luce, le rinnova, lasciandoci però talvolta preda di esse.

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JAN SACCA, “THREASURES III”

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LA FRASE DEL GIORNO
Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria
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SAM SAVAGE, Firmino

mercoledì 26 settembre 2012

È già il pallido autunno


VINCENZO CARDARELLI

TEMPO CHE MUTA

Come varia il colore
delle stagioni,
così gli umori e i pensieri degli uomini.
Tutto nel mondo è mutevole tempo.
Ed ecco, è già il pallido,
sepolcrale autunno,
quando pur ieri imperava
la rigogliosa quasi eterna estate
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“Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto” dice un’ altra celebre poesia di Vincenzo Cardarelli (1887-1959). Qui invece il poeta della malinconica solitudine sembra analizzare – come fece dei sentimenti e dei ricordi – lo stato d’animo che capita di provare svegliandosi una mattina e scoprendo nel fresco dell’aria, nel giallo delle foglie, nel grigio nebbioso del mattino che l’autunno è ormai giunto e che l’estate che si trascinava dolcissima se n’è andata all’improvviso, come fanno le rondini.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Inclino adesso all'autunno / dal colore che inebria, / amo la stanca stagione / che ha già vendemmiato.
VINCENZO CARDARELLI, Poesie

martedì 25 settembre 2012

Un pezzo d’ambra


NIJOLÉ MILIAUSKAITÉimage

SEI COME UN PEZZO D’AMBRA…

Sei come un pezzo d’ambra scoperto per caso
da occhi consumati, tra le alghe marine,
in lunghe e faticose passeggiate
così grosso e pesante – a stento riesco a credere
che sia vero

bisogna lucidarti bene
pulirti
perché irradi luce e calore

risvegliare
la tua bellezza strana e allarmante

aroma d’ambra ad aprire il cassetto

sei l’unico oggetto di valore che niente e nessuno
potrà rubarci, oh passato

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Dove andrà a parare la poetessa lituana Nijolé Miliauskaité (1950-2002) con questi suoi versi sotto voce, minimali, privi di qualsiasi enfasi? È quello che si pensa leggendo il panegirico di questo pezzetto d’ambra, resina fossile che si trova in grande quantità soprattutto nei paesi baltici. La parola che risolve tutto quanto come una sciarada, il chiavistello che inserito nella cassaforte la apre, è lì alla fine: “passato”. È il colpo di genio e andiamo a rileggere tutta quanta la poesia con questa chiave di lettura: è il passato che irradia luce e calore ai nostri giorni, che profuma la nostra vita, che risplende con la sua bellezza…

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FOTOGRAFIA © BROKEN INAGLORY

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi siamo il passato, e possiamo dire: «Io sono ciò che sono stato»
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ERICH FROMM, Avere o essere

lunedì 24 settembre 2012

Una locomotiva

 

MARÍA VICTORIA ATENCIA

PIOGGIA

A Trafalgar Square,
verso le cinque ho visto arrivare sotto la pioggia
una locomotiva.
C’erano folate che attraversavano
il giallo cadmio e l’ocra bruciato.
Turner è tornato a casa.

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Poche pennellate, e la poetessa spagnola María Victoria Atencia (Malaga, 1931) riesce a esprimere l’intensità dell’emozione poetica insita in un pomeriggio di pioggia alla stazione londinese di Trafalgar Square: una vecchia locomotiva che si muove nella pioggia, i colori che si lucidano, si mescolano, si riflettono, facendo pensare allo stile dei dipinti di Joseph Turner, pittore inglese romantico.

 

JOSEPH TURNER, “RAIN, STEAM AND SPEED – THE GREAT WESTERN RAILWAY”

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LA FRASE DEL GIORNO
È che per me il linguaggio sono le cose (il mondo esterno - ci credo) e non le idee.
GIORGIO CAPRONI, Lettera a Carlo Betocchi

domenica 23 settembre 2012

I fiori del tuo corpo


RICARDO PEÑA BARRENECHEAimage

DOVE

Dove i fiori del tuo corpo,
il profumo che esalano e che raccoglie l’alba?
Dove il tuo sorriso che va da labbro a labbro?

Come una luna morta si apre il tuo sguardo.
E sono le tue mani, timide come due rondini
che si muovono perdendosi nell’aria.

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Un semplice veloce ritratto questo che traccia il poeta peruviano Ricardo Peña Barrenechea (1896-1939), modernista attento nei primi decenni del secolo scorso alle nuove tendenze letterarie: la raffinatezza estetica tipica del movimento appare chiarissima nelle immagini scelte per dipingere la donna: sembra quasi emergere dalla pagina bianca – dallo schermo del monitor – come un dipinto di Picasso.

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PABLO PICASSO, “RITRATTO DI DORA MAAR”

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LA FRASE DEL GIORNO
La bellezza femminile è il punto più vicino fra il genere umano e l'eternità.

EMIR KUSTURICA, Dove sono in questa storia

sabato 22 settembre 2012

Primo giorno d’autunno


CECCARDO ROCCATAGLIATA CECCARDI

AUTUNNO

L’autunno di ramo
in ramo si raccoglie
come un uccello al vento:
e un lamento di foglie
mesce con un richiamo
di piogge, di fontane
e d’ombre. Il pianto
vaga in aria a lontane
solitudini, oscilla
di villa in villa,
e scolora ogni fronda
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Eccolo qui, l’autunno: in anticipo di un giorno sulla consueta data dell’equinozio. Arriverà oggi, astronomicamente parlando, alle 16.49. Chiaro che si tratta di un mero dato statistico, perché l’autunno meteorologico si presenta quando vuole lui, anche in base alle latitudini. Ma un giorno capita di svegliarsi e di accorgersi che è giunto da un fresco nell’aria che prima non c’era, da un umido sentore di pioggia, dalla consistenza di un tappeto di foglie che non avevamo notato prima essere così spesso. E proviamo le sensazioni che il poeta genovese Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919) ha saputo esprimere con poche suggestive immagini.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA
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LA FRASE DEL GIORNO
L’autunno è un andante malinconico e grazioso che prepara magistralmente il solenne adagio dell’inverno.
GEORGE SAND

venerdì 21 settembre 2012

Hai un anno di più

 

MARTÍN LÓPEZ-VEGA

COMPLEANNO

Dormivo e il vento mi ha detto: Svegliati.
Tutta notte ha suonato l’arpa: ora sento
i suoi passi felini riprendere il cammino.
Gli amici se ne sono andati via, uno alla volta.
Ho sognato un fiume e uno specchio d’argento.
La vita mi ha condotto per strade sconosciute.
La testa mi dice: hai un anno di più.
Il cuore: sono dieci gli anni che sono passati.
Bevo un sorso e il vino mi sussurra:
avevi vent’anni di meno.
Faccio il conto e riempio di nuovo il mio bicchiere.

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Il tempo passa e una volta l’anno facciamo il punto sulla nostra vita: ci siamo costretti da un mero dato anagrafico, quello che è scritto sulla nostra carta d’identità alla voce “data di nascita”. Gli amici ci festeggiano, vengono magari con una bottiglia di vino o di liquore, con libri, dischi, piantine d’appartamento, mangiano con noi la torta piena di candeline che spegniamo sorridendo buffi mentre qualcuno scatta una fotografia con il cellulare e qualche altro – una ragazza, di solito – dice: “Esprimi un desiderio!”. Poi tutti se ne vanno e si rimane soli: questo è il momento fotografato dal poeta asturiano Martín López-Vega (Po de Llanes, 1975): è allora che facciamo i conti, davvero…

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FOTOGRAFIA © FELLERMAN PRODUCTIONS

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LA FRASE DEL GIORNO
I nostri compleanni sono piume sulle ampie ali del tempo.
JEAN PAUL

giovedì 20 settembre 2012

L’arrivo dell’autunno


HEBERTO PADILLA

ARRIVO DELL’AUTUNNO

Di un brusio
crescente e voluttuoso
si riempiono i miei giorni.
Dispongo di questo mondo
esasperato
per il mio ozio più vasto;
della notte più crudele,
per l’inevitabile maleficio.

Arrivi
dell’Autunno, miei assidui,
miei fedeli!
Quando nei mattini di marmo
il mondo indossa la delizia,
salto, cerco i vecchi riti
nel vento; rincorro
madri che mi ignorano,
chiamo i loro figli
tremanti
e accendo il fuoco nella stanza
gridando a pieni polmoni:
Anziani,
per i miei occhi è questo fiore
remoto,
soltanto per loro!

(da El justo tiempo humano, 1962)

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L’autunno si avvicina: quest’anno arriverà – secondo i dati astronomici – con l’equinozio alle 16.49 del 22 settembre. È una stagione che ritroviamo sempre come un vecchio amico, dopo aver goduto le bellezze dell’estate con i suoi ozi e le sue giornate lunghe. Ora riscopriamo la casa e certe sue delizie, ci rituffiamo nelle occupazioni consuete, gustando la dolcezza dei giorni in cui cadono le foglie. Come Heberto Padilla (1932-2000), poeta cubano dissidente. C’è da notare che naturalmente l’autunno non può essere quello dell’isola natale, ma è quello inglese – Padilla sul principio degli Anni ‘60 si trovava a Londra come corrispondente di Prensa Latina.

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LEONID AFREMOV, “MORNING STREAM”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ombrosa estate, quando già settembre / cede all'autunno e nei giardini ancora / il gelsomino delle notti odora
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LUIGI FALLACARA

mercoledì 19 settembre 2012

Colori veneziani


ALFONSO GATTO

PAESAGGIO VENEZIANO

Ma quel rosa scialbato di Venezia,
crudo violetto che digrada al fioco
azzurro delle sere, quell’inezia
di luce che trapassa nell’eterno
presentimento, basta che per poco
si fermi e già precipita l’inverno,
il bianco, il nero dei suoi gessi fissi
nel cuore come l’urto dell’eclissi.

(da Rime di viaggio per la terra dipinta, 1969)

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Di solito per scrivere un post scelgo la poesia e poi l’immagine da associare. Oggi invece ho trovato questo acquerello dell’artista serbo Dusan Djukaric e non ho resistito all’idea di pubblicarlo sul blog. Sono andato a scartabellare nel volume Mondadori con tutte le poesie di Alfonso Gatto (1909-1976) sapendo che avrei trovato quello che faceva al caso mio: ed ecco questo “Paesaggio veneziano” dove i veri protagonisti sono i colori, in una variazione cromatica degna degli acquerelli di Djukaric, quell’effetto che in un’altra poesia della raccolta il poeta salernitano dichiara essere “colore che attinge dalle cose / la memoria superstite”.

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DUSAN DJUKARIC, “MATTINO A VENEZIA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma quando siamo usciti, stanchi e intontiti, dalla stazione di Venezia e abbiamo visto il Canal Grande e i palazzi marmorei che sfioravano l'acqua melmosa, quel gioiello di cultura che si dondolava sui canali fetidi e muffosi, abbiamo improvvisamente compreso quanto forte e tenace è l'uomo e quanto meraviglioso è il suo spirito, e si è destato in noi un tale amore per l'umanità, l'umanità con le sue pene e le sue epidemie; e siamo penetrati ad occhi aperti dentro un sogno, perché Venezia è il sogno di ogni città…
ABRAHAM YEHOSHUA

martedì 18 settembre 2012

Di mattina


MANOLIS ANAGNOSTAKIS

IL MATTINO

Di mattina
Alle 5
La secca
Eco metallica
Dopo che i camion carichi
Hanno fatto a pezzi le porte del sonno.
E l’«addio» finale al giorno prima
E gli ultimi passi sulle piastrelle umide
E la tua ultima lettera
Nel quaderno di aritmetica della tua infanzia
Come la griglia della finestrella
Che fa salire il corteo del gioioso sole
Del mattino con nere linee perpendicolari.

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Il risveglio, il trauma di ripiombare nella vita dopo essere stati nelle tenere braccia del sogno, avere rivissuto amori e periodi felici, avere appagato i nostri desideri inconsci. Spesso mi chiedo – ogni martedì e venerdì, precisamente – perché mai i camion della nettezza urbana debbano fare così tanto rumore: come Jacques Prévertesco dal letto di buonora / Quasi ogni giorno della mia vita / E taglio il collo in pieno sole / Ai più bei sogni delle notti mie”. Un fracasso simile probabilmente è all’origine di questi versi del poeta greco Manolis Anagnostakis (1925-2005), che riteneva le parole inadeguate ad esprimere l’universo – lo fa attraverso sensazioni, immagini e suoni – tanto da non scrivere più nulla dopo il 1960, affidando al silenzio la poesia.

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ALYSIA MACAULAY, “DAWN WINDOW, 2010”

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LA FRASE DEL GIORNO
A tutti è dovuto il mattino, ad alcuni la notte. A solo pochi eletti la luce dell'aurora
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EMILY DICKINSON, Poesie

lunedì 17 settembre 2012

Chi mi tese le braccia?

 

VIRGIL CARIANOPOL

CHI MI CHIAMÒ

Chi mi chiamò
quando pulivo il mio flauto dai canti?

Chi mi conobbe
quando nell’animo mi marcivano le donne d’amore?

Chi mi tese le braccia
quando le mattine strisciavano in casa come passatoie?

Chi mi domandò di me
quando facevo rientrare le mie strade come il bestiame dal pascolo?

Chi mi accarezzò
quando il silenzio mi era cresciuto sulla fronte come un muschio?

Oh i mari appesi alla prua
i deserti che si addormentano con le oasi al collo

Amico hai cuore?
Ti ha domandato qualcuno del cuore?

Chi ti spazzolerà i vestiti dalle insonnie
quando le mani non si tenderanno più verso il sogno?

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Sospeso tra avanguardia e tradizionalismo neoclassico, il poeta romeno Virgil Carianopol (1908-1984) qui fa uso delle analogie più dolorose e oscure per esprimere tutto il suo malessere, per raccontare la solitudine e il bisogno di trovare qualcuno che allevi le nostre pene anche soltanto condividendole. Tutti noi abbiamo avuto momenti così: la voglia di abbandonare un’impresa, la fine di un amore, l’abulia, l’incertezza. E se li abbiamo superati, probabilmente è perché non siamo rimasti soli, perché abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo e continuato a credere nel sogno.

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VASILIJ KANDINSKIJ, “FUGUE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Star soli vuol dire non voler più lottare.

CESARE PAVESE, Il carcere

domenica 16 settembre 2012

Roberto Roversi


Molti ricorderanno il poeta Roberto Roversi, scomparso l’altro ieri a Bologna all’età di 89 anni, per la sua collaborazione con Lucio Dalla: suoi infatti sono i testi di tre album del cantautore bolognese, Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili – con la celeberrima “Nuvolari”. Sua è anche “Chiedi chi erano i Beatles” degli Stadio. Ma Roversi, autore molto discreto, schivo quasi, oltre che intellettuale di sinistra e libraio antiquario, fu uno dei fondatori, con Leonetti e Pasolini, della rivista Officina, baluardo ermetico alla ricerca di uno sperimentalismo funzionale contro il neorealismo e il neonovecentismo. La sua poesia non è facile, come ammise egli stesso a proposito di Dopo Campoformio, raccolta del 1962: “Non è dunque, e non vuol essere di proposito, un libro tenero, ben fatto, o nuovo, ma un libro d’opposizione, un libro di contrasto politico”. E, in un’intervista a Repubblica nel 2011, confermava questa sua funzione di poeta civile: “Ho cercato di essere il poeta che spiega a se stesso le ragioni che condizionano le scelte del tempo, e così le rende visibili agli altri. Scrivere delle mie rogne private non mi interessa”.

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da “DOPO CAMPOFORMIO”, 1962

DOPO LA TERRA

VII. CORROPOLI

Là il monte, laggiù è il mare:
il mare con le speranze strappate
a una barca che adagio s’avvicina.
Sui chioschi di benzina
cantano i tordi e volano nelle vallate
alle ragazze dal petto tremante
oh così dolcemente.
Quelle del mare, ardite fiere
contrastano, sono restie agli sguardi
maliziosi e azzannano
come i lupi di selva.
(Pace con voi, ragazze dell’Abruzzo,
una è sangue al mio cuore.)
A Corropoli fumano i camini,
gli alberi difendono le case
dove i topi imperversano e la razza
degli uomini passati consumò
nel rancore una vita vile.
Case per amori di monache,
per grida soffocate, per pugnali
cavati al frusciare di un uscio
o all’ombra di un cortile.
Ma strappa la tenda dal cielo
una donna accosciata nel vento,
canta un riso gentile;
palpita l’aria fatta azzurra
al lume dei suoi occhi
mentre con le mani in cui traluce l’osso
sceglie e vaglia il frumento.

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da “LE DESCRIZIONI IN ATTO”, 1970

DECIMA DESCRIZIONE IN ATTO, VI

Ieri in via Andegari scura e stretta, raffinata via che conduce a
una foresta di simboli scalcagnati, la moglie incontro incontrai ho
incontrato di un compagno fucilato.
Stormiscono le foglie della memoria.
Con una testa di capelli rossi, in quelle case sporche di
fango o
dell’ottusa avidità borghese la spalla modulata dolcemente suonava.
La sua giovinezza (incantava) ancora.
L’ora del giorno, incerta un poco colma
o piuttosto il luogo distaccato dai rimorsi, in una incerta
ombra, distaccata dalla buriana ossessiva,
la giuliva felice voce di addio ciao
o R. che (un attimo)… dimenticato, al mio cuore…
Si possono dimenticare i morti per sempre.
Leggeri andavamo a braccio
i suoi capelli di fiamma disse sono sposata ho due figli
neppure un ritratto più, mi puoi capire
una gran voglia di vivere
questa città fa impazzire.
La provincia fa morire.
A notte ancora nella sua casa, fra i figli e il marito
nella casa a mezz’aria
sui rami di un albero fortunato di cristallo, verde.
Baciò me sulla bocca
perfida, e dolcemente, vicino alla porta.
Tutto scomparso, assopito, scancellato, annegato,
visi di uomini trapassati sbiancavano in polvere
non era vero più niente.

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da “L’ITALIA SEPOLTA SOTTO LA NEVE”, 1989

LE TRENTA MISERIE D’ITALIA, XII

La miseria della misera Italia numero
dodici
la testa in fiamme la sterpaglia
della festa dei pensieri paglia che
avvampa brucia fra braci di fumo.
Si consumano notizie mescolate al ricordo
di vecchie età
l'armamentario sul carro della vita
in corsa
è spazio di fresca primavera.
Altrove polvere sollevata dall'auto nella
strada di campagna
odora di mele mentre il merlo s'allontana
stride forte a filo dell'erba lungo il mare
siepi siepi siepi di oleandri abbandonati e
pini scavezzati dai venti secolari
camminano a terra.
Può la morte ordire il suo acuminato
massacro
ridurre in cenere il delfino
il vascello in fuoco
la sovrastante nuvola in ciclone e
travolgere la vita?
Il fervore trascinato in gorgo
l'esistente in un attimo è scomparso
giovinezza è il ricordo poi sull'occhio
chiuso
del cielo interminabile di tetti
e alla fine dimenticare la tomba
dei vecchi eroi?
Quante primavere gli uomini fuggitivi
abbandonano alle giovani ali che
arrivano portate dal garbino?
Si può considerare l'opportunità
di non rassegnarsi
bruciare il carro del vincitore
anche le nostre bandiere.
Per favore.

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da “LA PARTITA DI CALCIO”, 2001

LA PARTITA DI CALCIO, 57

DOVE I NEMICI DI UN TEMPO?
dove gli uomini dalle lunghe barbe con le alte spade
e gli occhi forano il cielo lanciando le fiamme?
Oggi erra l’ombra dei topi
fra le foglie che neanche l’autunno
chiama più con amore.
Dice il signor D’Aubigné sono queste le meraviglie?
Solo un vecchio può essere colpito al cuore
da un colpo di fucile?
Non abbiamo più nemici
siamo uomini spenti.
Che vita è questa?
Immanuel Kant muore
sospendiamo la partita dice il signor D’Aubigné
sospendiamo il gioco delle ombre
oggi sotto lo striscione d’arrivo cadiamo nell’eternità.
Chiedo alle rondini di tornare
se viene meno la speranza
sia chiara l’attesa
sia giusto l’ordine di migrare.

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LA FRASE DEL GIORNO
Prima che il mondo ci lasci (o ci abbandoni) / riuscirò a raccogliere qualche / frammento di parole
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ROBERTO ROVERSI, La partita di calcio

sabato 15 settembre 2012

Nessuna guerra è mai finita

 

GIOVANNI RABONI

NON SONO BANDIERE, QUESTE BANDIERE

Non sono bandiere queste bandiere,
vedi che invece che ferite e ustioni
hanno fiori alle finestre, ai balconi
le case. Da infinite primavere

la giostra, qui, s'è fermata, i padroni
l'hanno portata altrove. Ma di sere
così, di notti come quelle, nere
fino all'occlusione, marce di tuoni,

tu sai che affanno e con che artigli preme
il semplice cuore. La verità
è che nessuna guerra è mai finita,

che la stessissima ferita geme
per sempre, che solo chi non ne ha
può scacciare i ricordi dalla vita.

(da Ogni terzo pensiero, 1993)

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“Solo chi non ne ha può scacciare i ricordi dalla vita”: è indubbio che il verso e mezzo che conclude questa poesia di Giovanni Raboni (1932-2004) rimane in testa, dà il senso a tutto quanto il sonetto. Noi che di ricordi ne abbiamo a bizzeffe, che li conserviamo stipati nel cuore, nella memoria, nella mente, con il timore che svaniscano e sbiadiscano giorno dopo giorno, sappiamo inquadrare nella giusta misura la sensazione di Raboni: l’emozione del ricordo e il senso della perdita continueranno a sventolare al nostro fianco, saranno il vessillo innalzato in ogni battaglia di questa guerra mai finita.

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GEORGE BIRRELL, “BOATS AND MARKER FLAGS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno di isolarsi, di sfuggire al determinismo di tutte quelle palle di bigliardo. Così ognuno di noi possiede una mitologia personale (fievole eco di quell'altra) che dà valore, un valore assoluto,al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita.
CESARE PAVESE, Feria d’agosto

venerdì 14 settembre 2012

Una parola dal gusto piacevole


KARMELO C. IRIBARREN

ANNA

Ci sono parole
che quando le pronunci
ti lasciano un gusto piacevole
in bocca,
un sapore dolceamaro,
che è il sapore più buono,
quello che preferisco.

Parole che sono
come una birra fresca
nel pieno mese di agosto
a Siviglia
e credo d’essermi spiegato.

Una di queste
ha solo quattro lettere,
è palindroma,
e quando la pronuncio
e tu ci sei,

mi dici “Cosa?”

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Un’altra poesia del poeta-cameriere basco Karmelo C. Iribarren (San Sebastian, 1959): qui l’emozione che finisce sotto la lente poetica è il nome della donna amata, Anna (Ana, in originale, anche se aumenta di una lettera in traduzione, rimane comunque palindromo). Iribarren ci conduce un po’ in giro, anche con un tocco di ironia, poi arriva al punto, lasciandoci con la sensazione di Anna che si volta, sentitasi chiamare. Il nome è una definizione, sebbene puramente convenzionale, ma indica e circoscrive: pronunciarlo è già entrare in contatto, pensarlo è evocare una figura. Il nome è già amore.

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JACK VETTRIANO, “CONTEMPLATION OF BETRAYAL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ieri, quando il tuo nome / qualcuno ha pronunciato / mi è parso che una rosa / sbocciasse sul selciato.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Appello allo Yeti

giovedì 13 settembre 2012

E dimenticami

 

WOLF WONDRATSCHEK

VOGLIO

Voglio
che tu mi passi accanto
e mi ami,
non volgerti indietro
a guardarmi.

Di nient’altro ricordati
che dell’amore.

E dimenticami.

(da Sommesso riso all'orecchio di un altro, 1976 - Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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Wolf Wondratschek (Rudolstadt, 1943) è un poeta tedesco dallo stile dimesso e colloquiale, tanto che per la sua opera si è parlato di “poesia pop”, anche per via dell’impegno durante il Sessantotto. Qui, Wondratschek ha ormai registrato il fallimento degli ideali sessantottini e si trova di fronte a un altro tipo di smarrimento, quello dei rapporti umani: è il quotidiano, il privato, il minimale a diventare il punto su cui focalizzare la propria esistenza, l’amore con tutte le sue contraddizioni, con tutte le sue bellezze, anche con il suo sacrificio.

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FRANK HORVAT, “WARSAW, POLAND, 1963 – COUPLE IN CAFÉ”

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LA FRASE DEL GIORNO
Alcuni si innamoravano / sebbene sia certo che la vita / non è cosa privata.

WOLF WONDRATSCHEK, Sommesso riso all’orecchio di un altro

mercoledì 12 settembre 2012

Al quinto piano

 

VLADIMÍR HOLAN

INCONTRO IN ASCENSORE

Entrammo nella cabina ed eravamo lì solo noi due.
Ci guardavamo senza fare altro.
Due vite, un istante, la pienezza, la felicità...
Al quinto piano lei scese e io, che continuavo a salire,
compresi che non l’avrei più rivista,
che era un incontro di una volta per sempre
e che, anche se l’avessi seguita, l’avrei fatto come un morto,
e che, se lei si fosse voltata verso di me,
avrebbe potuto farlo solo da un altro mondo.

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Un gioiellino questo del poeta ceco Vladimír Holan (1905-1980), un paradosso del possibile che sarebbe piaciuto a Gozzano – e quella donna incontrata in ascensore, sarebbe diventata una delle tante che “avrebbe potuto amare d’amore”, scomparsa subito nell’irreale, nell’atmosfera del sogno. È un’apologia del caso e delle sue infinite vie, dei percorsi che si ramificano nelle nostre vite e che dobbiamo giocoforza intraprendere o abbandonare.

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FOTOGRAFIA © MAX FERGUSON

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LA FRASE DEL GIORNO
Durante la sua vita, un uomo incontra moltissime persone. Se cammina per la strada, in un brevissimo lasso di tempo può incontrare centinaia di persone che gli passano accanto. In ognuna di esse c'è vita. Il fatto di incrociarle è un evento che coinvolge tutta la nostra esistenza.
OSAMU TEZUKA, Black Jack

martedì 11 settembre 2012

Le torri più alte

 

SEAMUS HEANEY

TUTTO PUÒ ACCADERE

da Orazio, Odi, I, 34

Tutto può accadere. Sai come Giove
solitamente aspetta che le nuvole s’addensino
prima di scagliare il fulmine? Beh, or ora
ha fatto galoppare carro e cavalli del tuono

attraverso un terso cielo azzurro. Ha scosso la terra
e l’ingombro sottosuolo, lo Stige
e i ruscelli tortuosi, la crosta stessa dell’Atlantico.
Tutto può accadere, le torri più alte

essere abbattute, chi sta in alto intimorito
chi in basso riconsiderato. La Fortuna becco affilato
s’avventa aria senza fiato strappando a uno la cresta
posandola, sanguinante, su quello accanto.

La terra cede. Il peso del cielo
si solleva oltre Atlante come il coperchio di un bollitore.
Le chiavi di volta ballano, nulla torna a posto.
Cenere tellurica e spore di fuoco si sovrappongono.

(da District e Circle, Mondadori, 2009 – Traduzione di Luca Guerneri)

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11 settembre 2001. Undici anni dopo, due guerre dopo, un presidente americano dopo. La ferita non è stata cicatrizzata dal tempo ma ha provocato altre ferite. Lo sospettavamo quel giorno dolce e terribile di settembre, l’avevamo già capito mentre guardavamo la CNN, mentre osservavamo il contrasto tra quelle immagini tremende e la bellezza del pomeriggio: il mondo non sarebbe più stato lo stesso, la nostra innocenza era perduta… Così il Premio Nobel irlandese Seamus Heaney (Castledawson, 1939) si serve addirittura di un’ode di Orazio (I, 34) rielaborandola e rileggendola alla luce di quell’11 settembre: “Ora /nel cielo sereno ha lanciato / in volo col cocchio i cavalli tonanti, / e tremano il massiccio della terra, i fiumi / che scorrono”. Tutto può accadere, anche che da un giorno all’altro il mondo cambi all’improvviso.

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FOTOGRAFIA © NATIONAL PARK SERVICE
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LA FRASE DEL GIORNO
L'undici di settembre 2001 la Storia ha davvero voltato pagina. Credo che nessuno di noi, ancora, riesca a comprendere fino in fondo come la nostra vita non sarà mai più uguale. Come le nostre esistenze, individuali e di comunità, siano per sempre mutate.
GIANNI RIOTTA, N.Y. Undici settembre

lunedì 10 settembre 2012

Il tanka


L’haiku è una forma poetica giapponese conosciutissima. Accanto ad esso c’è anche il tanka, componimento appena un po’ più lungo, formato da cinque versi di 5 – 7 – 5 – 7 – 7 sillabe. La prima parte – tre versi – detta kami no ku (上の句) , che se guardiamo bene è un haiku, deve formare contrasto con la seconda, chiamata shimo no ku (下の句).

Il tanka è più antico dell’haiku, che ne è una sua derivazione: i primi sono registrati intorno al VII secolo dopo Cristo. Secondo alcuni, il loro scopo principale era quello di trasmettere messaggi segreti tra gli amanti: una piccola sintesi di quello che era stata una notte appassionata. Venivano scritti su un ventaglio o legati a un fiore in boccio, scritti di propria mano e fatti consegnare da un servitore, che spesso attendeva il messaggio di risposta. Chiaramente, per essere segreti, i messaggi dovevano essere sufficientemente criptici, celando sotto analogie i piccanti dettagli. In  seguito, la loro funzione cambiò: divennero auguri propiziatori per nozze, nascite, inaugurazioni di nuove case e, nel corso dei secoli, assunsero anche i temi degli haiku, ovvero la natura, i sentimenti e lo scorrere del tempo, passando dalla cultura giapponese al resto del mondo. Ecco una piccola rassegna di tanka…

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ANONIMO GIAPPONESE

*

Non coltivato,
è cresciuto un pino,
qui, nel deserto.
Se proprio ci amiamo,
perché siamo divisi?

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MAKIKO KASUGA

*

Cadono le foglie
di ginkgo senza sosta,
scorrono in giallo!
Lucente, l'eclittica
splende lontano.

.

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ISHIKAWA TAKUBOKU

*

Di bianca sabbia
La spiaggia dell’isola
Nel Mar d’Oriente
Strie di pianto in viso,
Io gioco con un granchio.

.

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AKIKO YUSANO

*

Senza chiederci
se sia giusto o sbagliato
se la vita futura
se la fama... Tu e io
ci amiamo e ci guardiamo.

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OCTAVIO PAZ

*

Grande il cielo,
là seminano mondi.
Impassibile,
prosegue nella notte
il trapano del grillo.

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JORGE LUIS BORGES

*

La strana coppa,
La spada che fu spada
Nell’altra mano,
La luna della strada,
Dimmi, non ti bastano?

.

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YU YUAN, “FLOWERS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando lo spirito ci visita, allora riceviamo qualcosa. Quando non interveniamo troppo, quando non permettiamo che le nostre opinioni interferiscano, questo qualcosa può essere, se siamo felici, un sonetto, un haiku, un tanka o, nel mio caso, un cuento
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JORGE LUIS BORGES, Una vita di poesia

domenica 9 settembre 2012

Vivere ed esistere


JOSÉ MARÍA PARREÑO

ESISTERE NON RICHIEDE SFORZO

Esistere non richiede sforzo:
esistere attraversa i giorni
come un sasso
incrocia una canzone

vivere invece
si inventa a ogni respiro
brucia
sagoma l’anima
con la forma stessa della strada
che l’anima ha tracciato

vivere si versa
come metallo rovente in un ghiacciaio:
libera il gelo
dal tempo
stabilito

così il metallo trasforma
il caso in destino
si affila nel bianco
si blocca in sé

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“Io sarei tornato in Africa, ma non per guadagnarmi la vita, per questo mi bastavano un paio di matite e poche centinaia di fogli di carta della meno cara. Ma sarei tornato là, dove mi piaceva vivere, vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni”: così Ernest Hemingway in Verdi colline d’Africa traccia la netta distinzione tra “vivere” ed “esistere”, ovvero tra la piena consapevolezza delle proprie azioni e delle proprie emozioni e l’abulica esistenza trasformata in routine. È a questa distinzione che dà voce il poeta spagnolo José María Parreño (Madrid, 1958): questa consapevolezza è il fuoco che brucia in noi e che sfrigola come un metallo fuso versato su un nevaio – chi prende coscienza di sé può anche essere padrone del caso.

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FOTOGRAFIA © MAROTOCHI

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LA FRASE DEL GIORNO
Nella vita può succedere di tutto, ma ci sono due cose che nessuno ti potrà mai strappare" disse Irene. "Ciò che sei e ciò che sai. Sono come due piante, e finché le coltivi con amore resti libero".
ENRICO BRIZZI, La nostra guerra

sabato 8 settembre 2012

Sugli sbruffi dell’elica

 

GIOVANNI GIUDICI

FINIS FABULAE

Come una scia si richiude la favola
sugli sbruffi dell'elica lussureggiante di schiuma.
Guardala a poppavia che s'appiattisce
levigata da diavoli mulinelli.

L'essere è più del dire - siamo d'accordo.
Ma non dire è talvolta anche non essere.
Ah discreta più del dovere fu l'incoscienza.
Presto tutte le acque saranno uguali e lisce.

(da La vita in versi, Mondadori, 1965)

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Una barca, un motoscafo, un battello… Giovanni Giudici (1924-2011) si trova dunque su un’imbarcazione in movimento sull’acqua e osserva l’elica e i gorghi di schiuma bianca che essa solleva e lascia ricadere in lunga scia che si allontana. Gli viene naturale paragonare quell’acqua mossa all’effetto che possono avere le parole – e la poesia stessa -  alle acque interiori che esse sollevano, ai sentimenti che generano – sebbene la loro importanza non debba essere considerata più di quello che è. Chi parla talvolta sbaglia, chi tace quasi sempre rinuncia ed è triste perdere le occasioni visto che quasi certamente non si ripresenteranno, è triste rinunciare ad essere.

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FOTOGRAFIA © ANNE97432

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LA FRASE DEL GIORNO
Per l'idea ci vuole la parola, senza la parola non c'è scambio, giusto un brulichio nella coscienza, come formiche sulla pelle.

SÁNDOR MÁRAI, Terra, Terra!…

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