venerdì 30 settembre 2011

Come la mente può danzare


ELIZABETH JENNINGSimage

PENSA A…


Pensa a una delicata morbidezza. Pensa a una nuvola,
non per quello che è, vapore e aria, ma per come
l'immaginazione la domina, la nomina,la trattiene
in bilico sull'orlo della mente. Pensa a un passerotto,
non ancora capace di buttarsi nel volo ma che confida
nella spinta e nello slancio di chi l'ha generato. Osserva
le sfumature di pastello, l'opale dei soli al tramonto,
e come gli alberi si oscurano in ogni trama
e ombra di verde. Pensa al primo timido amore
che non osa dire quello che pensa di vedere ma aspetta
in un librarsi felice, non ancora nel fondo del desiderio.
Pensa alla gioia concreta di un bimbo sulla spiaggia
non ancora diviso dal luogo da dove guada o come
si incolla alle conchiglie o le scaglia di nuovo in una
pozza della roccia.
Pensa ai quadri e alle loro decise trasformazioni,
ritratti che calmano il volto congestionato di un uomo
o una donna che si contempla in uno specchio. E infine,
pensa ai primi invitanti accordi di una musica,
il primo fiero attacco dei violini, poi il suono dei corni,
e poi sii grato per come la mente può danzare
in mezzo e attorno e sotto le parole e rallegrati
e sappi che questo non è un caso.


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La poesia dell’inglese Elizabeth Jennings (1926-2001) si situa nel solco della tradizione, rifugge l’innovazione metrica a favore della semplicità dei versi e della linearità della forma. Lo si può notare anche in questa lirica, che sviluppa uno dei suoi temi prediletti, l’evocazione della parte irrazionale dell’intelligenza e dell’emozione umana e la sua comprensione, il percorso verso la completa conoscenza di sé in armonia con l’universo. Questa coscienza, questa consapevolezza, desta meraviglia. E in quello stupore, in quel danzare della mente, capace di connessioni inimmaginabili, sta la grandezza dell’uomo.


KIMBERLY VANLANDINGHAM, "SUMMER CUMULONIMBUS"
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LA FRASE DEL GIORNO
L’arte poetica è tale che, per sua natura, strappa via ciò che non è essenziale per rivelare solo ciò che è importante, ciò che è necessario.

ELIZABETH JENNINGS, Poetry To-day

giovedì 29 settembre 2011

Luoghi propizi all’amore


ÁNGEL GONZÁLEZ

INVENTARIO DEI LUOGHI PROPIZI ALL’AMORE

Sono pochi.
La primavera è molto prestigiosa, però
è meglio l’estate.
E anche quelle spaccature che l’autunno
crea nell’intercedere delle domeniche
in alcune città
già di per sé gialle come banane.
L’inverno cancella molti posti:
cardini di porte orientate a nord,
argini di fiumi,
panchine pubbliche.
I contrafforti esterni
delle vecchie chiese
lasciano a volte nicchie
utilizzabili anche se nevica.
Ma non inganniamoci: le basse
temperature e i venti umidi
ostacolano ogni cosa.
Le ordinanze, poi, vietano
il contatto (con eccezioni
per determinate zone epidermiche
- senza alcun interesse -
di bambini, cani e altri animali)
e il «non toccarmi, mi vergogno»
può essere letto da mille occhi.
Dove scappare, allora?
Dappertutto occhi strabici,
cornee torturate,
implacabili pupille,
retine reticenti,
vigilano, diffidano, minacciano.
Resta forse il conforto di andare solo,
di vuotare l’anima di tenerezza
e riempirla di noia e indifferenza,
in questo tempo ostile, propizio all’odio.

(da Trattato di urbanistica, 1967)

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In questa società moderna, che guarda e osserva, che diffida di tutto e minaccia e valuta e giudica, sembra non esserci posto per luoghi dove appartarsi e abbandonarsi all’amore. Ángel González (1925-2008), poeta spagnolo, punta il dito contro la città, ostile e fredda, ed esprime tutta la frustrazione che prova per le meschinità, per le ferocie, per l’astio. Il sentimento si disperde, si trasforma in noia, in indifferenza, per resistere all’oscura realtà più propizia all’odio che all’amore.

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WILLY RONIS, “LES AMOUREUX DE LA COLONNE BASTILLE”, 1957

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LA FRASE DEL GIORNO
L’arte è lunga, la vita invece breve come un coltello.
ÁNGEL GONZÁLEZ, Deixis en fantasma

mercoledì 28 settembre 2011

Dal fondo di uno specchio


JORGE LUIS BORGES

ARTE POETICA

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sogno,
sogno di non sognare e la morte
che il nostro corpo teme è questa morte
di ogni notte, che chiamiamo sonno.

Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
trasfigurare l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore, un simbolo,

vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, questo è la poesia
che è povera e immortale. La poesia
si volge come l’aurora e il tramonto.

Talora nel crepuscolo un volto
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve esser come quello specchio
che ci rivela il nostro proprio volto.

Ulisse, dicono, stanco di prodigi,
pianse d’amore, scorgendo la sua Itaca
umile e verde. L’arte è quell’Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

È anche come il fiume senza fine
che passa e resta; è specchio di uno stesso
Eraclito incostante, uno e diverso
sempre, come il fiume senza fine.

(da L’artefice, 1960 – Traduzione di Maria Vasta Dazzi)

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La prima cosa che salta all’occhio è un fatto puramente tecnico, la rima incrociata identica per ogni quartina, posta in modo tale che i versi si rispecchino. La grandezza di Jorge Luis Borges si esprime anche in questi dettagli: “l’arte dev’essere come quello specchio” dice e lo mette in pratica metricamente! Poi, naturalmente, c’è il significato della poesia, che raccoglie l’ossessione dello scorrere del tempo cara a Borges, così come i temi degli specchi e dei tramonti: la poesia è ciò che fa di un’umile isola come Itaca il luogo più amato perché desiderato e rimpianto, è ciò che fa oro di un perduto ricordo. Perché la poesia trasforma il tempo in musica e simbolo, muta la morte in sonno, fornisce la sua visione di verità mostrando il nostro volto in uno specchio.

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IMMAGINE © ROWEANDESIGN

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LA FRASE DEL GIORNO
L'opera che perdura è sempre capace di un'infinita e plastica ambiguità; è tutto per tutti […]; è uno specchio che svela tratti del lettore ed è insieme una mappa del mondo.
JORGE LUIS BORGES, Altre inquisizioni

martedì 27 settembre 2011

Parlare senza immagini

 

PHILIPPE JACCOTTET

PAROLE AL LIMITE DELL’UDITO

Avrei voluto parlare senza immagini, semplicemente
socchiudere la porta…
Ho troppo timore per questo,
troppa incertezza, talora pietà:
non si può vivere a lungo come gli uccelli
nell’evidenza del cielo
e ricaduto a terra,
in loro non vedi più che, appunto, immagini
o dei sogni.

Parlare dunque è difficile
-se è cercare… cercare che cosa?
Una fedeltà a quei soli momenti,
alle sole cose
che scendono in fondo
a noi stessi,
che ci sfuggono,
se è l’intrecciare
un rifugio impreciso
per una preda vaga,
inafferrabile…

Se vuol dire portare una maschera
più vera del proprio viso,
per poter celebrare una festa
a lungo perduta
con gli altri, che sono morti,
distanti o addormentati
ancora, e che sollevano appena
dal loro riposo questo rumore,
questi primi passi incerti, timidi fuochi
- le nostre parole:
lieve fruscio del tamburo
per poco che il dito lo sfiori
sconosciuto…

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Nelle mie ricerche poetiche in Rete mi sono imbattuto in una intervista rilasciata il 13 febbraio 1998 al Caffè Letterario dal poeta svizzero Philippe Jaccottet (Moudon, 1925), il massimo poeta contemporaneo di lingua francese. Andrebbe riportata tutta, ma mi limito a segnare solo qualche passo, a commento di questi versi che parlano proprio dell’essenza della poesia e della sua espressione.

SULLA POESIA: “Ad esempio il problema della parola: si può ancora parlare in un tempo come il nostro, così atroce? La poesia è ancora una cosa possibile? Sono dubbi molto moderni, molto attuali. Nella mia poesia c'è anche questo "sentimento del tempo", per dirla con Ungaretti che ho conosciuto molto bene, è stato un amico per me, che è una cosa comune a tutta la poesia dalle origini ad oggi”.

SUL DUBBIO: “Sono un uomo che ha sempre dubitato molto, che è sempre stato molto incerto di sé, di tutto, ma di sé soprattutto. Vivo con questa incertezza e, in un certo momento della vita, mi è sembrato che questa incertezza potesse essere una sorgente di poesia, come un'apertura... Niente per me è veramente chiuso, dunque è una debolezza, ma anche una forza, per lavorare, per scrivere”.

SULL’ISPIRAZIONE: alla domanda “Lo spunto poetico nasce allora dalla singola cosa, dal contatto quotidiano?” risponde “Sempre dalla realtà vissuta, da cose apparentemente insignificanti”. E ancora Jaccottet indica gli elementi positivi: “La luce del giorno, la luce in senso fisico, che per me è come una scoperta di tutti i giorni e che ho trovato molto presente nella poesia di Ungaretti (io ho tradotto molto Ungaretti). Ho vissuto tante volte il sentimento dell'alba, in campagna soprattutto, ed è una sensazione che è più che fisica, che mi parla, mi aiuta. Le relazioni tra gli uomini, l'amore (parola difficile da utilizzare oggi) e poi l'amicizia, che per me è molto importante. Piccole cose della vita quotidiana, che sono un niente, ma che sono importantissime, più delle idee filosofiche...”

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GIACOMO BALLA, “TRASFORMAZIONE FORME-SPIRITO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il narratore è in contatto con la storia, con l'attualità, con la vita sociale, più del poeta che ha un lavoro più segreto, che non è meno umano, ma è sicuramente più segreto, più appartato
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PHILIPPE JACCOTTET, Caffè Letterario, 13 febbraio 1998

lunedì 26 settembre 2011

Il flautista cieco


SAYED HEGABimage

IMMAGINE SULLA PARETE

Da mille...
duemila...
forse tremila anni...
il flautista cieco sta sempre a mostrar se stesso
sulla parete... qui
e ci sorride spesso...
col cuore guarda lontano
e dalle dita leggere,
dalle labbra genera la melodia d’un canto.
Mi chiedo
A noi sorride o ci deride?
E la sua melodia... è un allegro canto
o è invece lutto e pianto?
Allora mi chiedo:
se il suonatore cieco... è come noi, cieco.

1969

(Traduzione di Fulvia De Luca)

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Sono un appassionato di antropologia sociale storica, cioè del conoscere come era il vivere quotidiano nelle varie epoche. Perché? – mi sono chiesto. La risposta è che amo immedesimarmi nel tempo perduto, capire i problemi cui ci si trovava di fronte e le pulsioni alle quali l’animo umano era sottomesso. Per questo mi diletto a leggere i classici greci e latini, i poeti provenzali, le poesie dell’Ottocento. È un po’ quello che capita al poeta egiziano Sayed Hegab (al-Matariya, 1940): davanti al dipinto di un flautista cieco prova a entrare nell’ottica di quel personaggio, a chiedersi quale fosse la musica che suonava, quale il suo stato d’animo, per concludere che forse quei mille, duemila o tremila anni trascorsi non hanno influito sul sentire dell’umanità.

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FOTOGRAFIA © TOUR EGYPT

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LA FRASE DEL GIORNO
Non scrivo una poesia finché non mi assale, sebbene io dedichi tutto il mio tempo e ogni mio senso ad essa. Ma aspetto la sua cara visita.
SAYED HAGAB, Al Ahram Weekly, n. 915, 18-24 settembre 2008

domenica 25 settembre 2011

Aritmetica dell’eros

 

LUCÍA RIVADENEYRA

ARITMETICA

I tuoi istinti più i miei
La mia vita meno il tuo tempo
La tua cintura per le mie poesie
E alla fine dei conti
Tra le mie gambe
Tu.

(Traduzione di Emilio Coco)

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Aritmetica dell’eros quella che teorizza la poetessa messicana Lucía Rivadeneyra (Morelia 1957), professoressa universitaria e giornalista della quale abbiamo già letto i versi di Solidarietà, Dicono, Suonando i tuoi silenzi e Sei una lucciola. Eros, dunque: dato da una somma di istinti, di giorni trascorsi insieme, di versi e di ispirazione e, soprattutto, di amore fisico.

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JACK VETTRIANO, “THE EMBRACE OF THE SPIDER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Eros ha sconvolto il mio cuore, / come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna
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SAFFO

sabato 24 settembre 2011

Robuste travi tra ogni verso

 

MARIO MELÉNDEZ

PER MAGGIORE SICUREZZA

Venite a vedere la mia poesia
non è fatta di materiale leggero
sopporterà perfettamente l'inverno
e d'estate rinfrescherà
le menti e i corpi.
Ci sono robuste travi tra ogni verso
assi a puntellare le mie parole
E se la pioggia vuole entrare
metterò i miei sogni sul tetto
e tapperò le falle
con il mio dolore.

(da Vuelo subterráneo, 2002)

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La poesia è per un poeta la sua casa: è il luogo dove ama passare il tempo, concentrarsi sull’osservazione della realtà e guardarsi dentro. E le porte della sua casa di poesia spalanca ai nostri occhi il giovane poeta cileno Mario Meléndez, nato a Linares nel 1971. Travi robuste a sostenere la costruzione e grosse assi a tenerla in piedi. Poi, dove non arriva la tecnica, ecco che soccorrono i sogni e le emozioni, ecco che giunge la sensibilità.

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FOTOGRAFIA © BEAMS AND BOARDS

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché comprare libri di poesia se ho la poesia in casa?

MARIO MELÉNDEZ, Vuelo subterráneo

venerdì 23 settembre 2011

Due poesie per l’autunno

 

“Grandi Globuli - nei Viali – / E Oh, l'Acquazzone di Tinte – / Quando i Venti - rovesciano il Bacile – / E versano Pioggia Scarlatta”: prendo a prestito i versi di Emily Dickinson per introdurre l’autunno, che è cominciato questa mattina alle 11.04. Lo so che molti pensano che il primo giorno d’autunno sia il 21, come per l’inverno, la primavera e l’estate, ma non è così, e ci tengo particolarmente, essendo io nato proprio il 21 settembre. E come celebrare al meglio  l’autunno, questa festa di colori che si trasforma in malinconico grigiore? Con due poesie, come al solito: la prima del cinese Bei Dao (Pechino, 1949), ci invita a questo tempo di memorie e di riflessioni; la seconda di Attilio Bertolucci (1911-2000) ci guida in una passeggiata nel dolce sole di questi mesi.

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BEI DAO

I GIOCHI DELL'ANIMA

Queste mani cardano il vento d'autunno
in ogni porto qualcuno aspetta
il bel tempo, troppe
noie si ammucchiano in nuvole nere

il clima ci consola
quando si passa da un eccesso di sogni alla loro assenza

i giorni e la scala sono immobili
noi li saliamo, li scendiamo correndo
finché le tracce dei nostri passi fioriscono azzurre
finché nella memoria il viso
diventa porta chiusa

vieni a sederti, a chiacchierare
nelle pagine che restano a quest'anno,
dei naufragi al di là di queste pagine.

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ATTILIO BERTOLUCCI

MATTINO D’AUTUNNO

Un pallido sole che scotta
come se avesse la febbre
e fa sternutire quando
la gioia d’esser giovani
e di passeggiare di mattina
per i viali quasi deserti
è al colmo, illumina l’erba
bagnata e la facciata rosa
di un palazzo. Tutto è gioviale
buongiorno e sereno, raffreddore
e mezza stagione. E Goethe
in mezzo alla piazza sorride.

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FOTOGRAFIA © AZCENTRAL

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LA FRASE DEL GIORNO
Mentre mi lavo il viso, / nel catino si erge / l'ombra dell'autunno
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SOSEKI

giovedì 22 settembre 2011

Preparare la parola

 

VALERIO MAGRELLI

PREFERISCO VENIRE DAL SILENZIO

Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.

(da Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980)

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Di Valerio Magrelli (Roma, 1957) ho sempre ammirato lo stile sobrio e asciutto: non un aggettivo di più in quelle immagini costruite con perizia e con una semplicità soltanto apparente, in realtà solidamente realizzata come certe chiese romaniche che sembrano spoglie e invece dicono più di quanto ai nostri occhi appaia. Questa poesia, contenuta nella sua prima raccolta, è una sorta di manifesto: Magrelli spiega che non è il mondo del vaniloquio, della polemica, del pour parler, quello che gli appartiene – e teniamo conto che il finire degli Anni ‘70 fu in Italia un periodo di aspri dibattiti e di schieramenti intellettuali quando addirittura non erano le P38 a parlare. E ancora traccia l’identikit della sua poetica, di quella “lavorazione” della parola di cui si è detto, per arrivare a concludere che ciò che si scrive è alla fine un pezzo di noi che se ne va, con serenità, come con ogni tramonto un giorno se ne va.

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FOTOGRAFIA © DARKA FABRYOVA

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LA FRASE DEL GIORNO
La scrittura / non è specchio, piuttosto / il vetro zigrinato delle docce, / dove il corpo si sgretola / e solo la sua ombra traspare / incerta ma reale.
VALERIO MAGRELLI, Ora serrata retinae

mercoledì 21 settembre 2011

Auguri per il proprio compleanno

 

GIUSEPPE UNGARETTI

AUGURI PER IL PROPRIO COMPLEANNO

a Berto Ricci

Dolce declina il sole.
Dal giorno si distacca
Un cielo troppo chiaro.
Dirama solitudine

Come da gran distanza
Un muoversi di voci.
Offesa se lusinga,
Quest'ora ha l'arte strana.

Non è primo apparire
Dell'autunno già libero?
Con non altro mistero

Corre infatti a dorarsi
Il bel tempo che toglie
Il dono di follia.

Eppure, eppure griderei:
Veloce gioventù dei sensi
Che all'oscuro mi tieni di me stesso
E consenti le immagini all'eterno,

Non mi lasciare, resta, sofferenza!

(da Sentimento del Tempo, 1936)

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Questa poesia è il regalo di compleanno che mi faccio. E lascio allo stesso Giuseppe Ungaretti il commento, tratto dalle note apposte alla raccolta: “Nel Sentimento del Tempo, come in qualsiasi altro momento della mia poesia sino ad oggi, quest’uomo ch’io sono, prigioniero nella sua propria libertà, poiché come ogni altro essere vivente è colpito dall’espiazione d’un’oscura colpa, non ha potuto non fare sorgere la presenza d’un sogno d’innocenza. Di innocenza preadamitica, quella dell’universo prima dell’uomo. Sogno dal quale non si sa quale altro battesimo potrebbe riscattarci, togliendoci di dosso la persecuzione della memoria”. E mi regalo anche una frase tratta da Verdi colline d’Africa di Ernest Hemingway, che questi versi mi hanno portato alla mente e che prendo come una speranza, un monito, un proposito: “Vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni...”

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FOTOGRAFIA © PUBBLICO DOMINIO

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Ai compleanni non ci bado. Proprio non ci bado. È la storia di invecchiare che mi fa gelare il sangue.
JIM DAVIS, Garfield

martedì 20 settembre 2011

Nell’aria del crepuscolo


PAUL BÉLANGERimage

I TUOI PASSI TI CONDUSSERO

I tuoi passi ti condussero
in tutta naturalezza fino a questo pensiero:
tempo e spazio sono traversati
dal ritmo d'un corpo in movimento
nell'aria inappuntabile del crepuscolo
come già avrai letto nell'una o nell'altra
delle riviste che talvolta consulti.
Scivoli sul filo della tua vita
quantica. Tanti mondi
precipitano, che portano ai quattro angoli
dei mari, le parole nulla muteranno
di queste terrene leggi
                            - neppure l'argilla
dove prende forma una poesia
senza superficie, la forma
originaria del tuo desiderio.

(da Origine des méridiens, 2005 – Traduzione di Viviane Ciampi)

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Avevamo già incontrato il poeta canadese Paul Bélanger (Lévis, Quebec, 1953), come osservatore del mondo al crepuscolo in cerca della poesia e della sua rivelazione. Anche qui è – in un’altra sera incipiente – in attesa che la poesia si riveli, che si plasmi dal nulla quel piccolo brandello di realtà che riusciamo a cogliere. Ed è proprio in questo stato di attesa così simile al desiderio, in questo soliloquio della coscienza, che si manifesta la poesia.

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FOTOGRAFIA © NATURE DESKTOP

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LA FRASE DEL GIORNO
Cerco una poesia / un fatto di pensiero che si trovi annodato / al mondo, in una visione / ancora indistinta
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PAUL BÉLANGER, Origine des méridiens

lunedì 19 settembre 2011

Amore m’è accanto e amicizia


VITTORIO SERENI

ANNI DOPO

La splendida la delirante pioggia s'è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all'aperto
amore m'è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dall'abbuiato portico brusìo
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

(da Gli strumenti umani, 1965)

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È passato del tempo ormai dalla guerra, dal ritorno dalla prigionia in Nordafrica, e Vittorio Sereni (1913-1983) si volta indietro, ripercorre quel periodo – la pioggia delirante che diventa dolce pioggerellina è anche una metafora di quegli anni intensi e dolorosi che vengono ormai superati da un’Italia che si avvia nel suo percorso capitalista e industriale. L’incertezza è ancora grande, la sconfitta dell’uomo sempre probabile, il suo passaggio da una prigionia fisica a una sociale, ma resta l’appiglio ai valori più sacri, resta il grande dono dell’amore e dell’amicizia da serbare come un tesoro.

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FOTOGRAFIA © DONATO BUCCELLA

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LA FRASE DEL GIORNO
Un grande amico che sorga alto su me / e tutto porti me nella sua luce, / che largo rida ove io sorrida appena / e forte ami ove io accenni ad invaghirmi…
VITTORIO SERENI, Gli strumenti umani

domenica 18 settembre 2011

Gli haiku di Kerouac


L’haiku è un genere poetico tipicamente giapponese, ma affascina anche gli occidentali: oltre a quelli dei grandi maestri nipponici dedicati all’autunno, all’inverno e alla primavera e a quelli di viaggio di Matsuo Basho, abbiamo già incontrato gli haiku del poeta uruguaiano Mario Benedetti e quelli dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. Ora, leggiamo quelli di Jack Kerouac (1922-1969), esponente di punta della Beat Generation americana, autore del celebre Sulla strada. A iniziare Kerouac agli haiku fu un poeta, Gary Snyder, da lui incontrato nel 1955: gliene parlò nelle lunghe serate di romitaggio durante la scalata compiuta al Matterhorn, sulla Sierra Nevada. Ne pubblicherà un libro, Trip Trap: Haiku on the Road from SF to NY, nel 1959. Altri saranno poi antologizzati nel postumo Il libro degli haiku nel 2003. Kerouac ne coglie l’essenza, ma riveste quella loro tipica suggestione naturale e stagionale con la cultura americana: ecco allora affiorare qua e là campi di baseball, orchestrine jazz, l’America rurale e quella industriale.

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*

Gli uccelli cantano
nel buio.
Alba piovosa.

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*

Trombone jazz,
Tende che si muovono,
Pioggia di primavera.

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*

Notte perfetta di luna
rovinata
da liti in famiglia.

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*

Campo di baseball vuoto
un pettirosso
a salti per la panchina.

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*

Eternamente libero
e sensibile,
il gioco della nuvola.

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*

Scende la sera
la ragazza dell’ufficio
scioglie la sua sciarpa.

(da Il libro degli haiku, 2003)

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JACK KEROUAC © USELESS

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LA FRASE DEL GIORNO
Siedo scomposto su un mucchio di fieno / Scrivo haiku / E bevo vino
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JACK KEROUAC, Il libro degli haiku

sabato 17 settembre 2011

Luna, illumina il suo corpo


FILODEMO

NOTTURNA BICORNE APPARI, SELENE

Notturna bicorne appari, Selene
amica delle veglie, appari entrando
dalle finestre spalancate e illumina
la dorata Callìstio. Può una dèa
guardare senza invidia
ciò che fanno gli amanti. Tu Selene
stimi felici noi due; ma lo so,
per Endimione bruciò anche il tuo cuore.

(da Antologia Palatina, V, 123 – Traduzione di Salvatore Quasimodo)

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Filodemo nacque nella città ellenistica di Gàdara, l’odierna Umm Qais, in Giordania, nel 110 avanti Cristo. Da lì le strade della vita lo portarono a Roma dove, da filosofo epicureo, entrò nella cerchia della nobiltà romana grazie al suocero di Cesare, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino. Visse a lungo nella capitale dell’Impero e nella bella Villa dei Papiri, proprietà dei Pisoni ad Ercolano, dove morì nel 40 o nel 35 avanti Cristo. Filodemo era filosofo epicureo più che poeta: i versi sono dunque come le nugae di Catullo, sciocchezze considerate svago così da non compromettere l’atarassia del sapiente. Ma nella loro leggerezza, gli epigrammi di Filodemo risultano comunque apprezzabili, anche per la moderna traduzione di Salvatore Quasimodo: è il caso di questa preghiera alla luna, perché sorga a illuminare attraverso le finestre il corpo di Callìstia. Una poesia d’amore, ma di un amore capriccioso e futile, quello per le etère, influenti cortigiane libere e colte che fornivano non solo sesso ma anche compagnia e cultura. Un amore nel segno del carpe diem (e Orazio, come Virgilio, era tra i grandi amici di Filodemo) e del più presto godere epicureo.

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PIERRE-AUGUSTE RENOIR, “DONNA CHE DORME”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non è l'altezza né la notte e la sua luna o gli infiniti che si offrono alla vista è la memoria e le sue vertigini
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OCTAVIO PAZ, Versante Est

venerdì 16 settembre 2011

Tra meraviglia e disillusione


MARIO BENEDETTI

CREPE

La verità
è che le crepe
non mancano

così passando
ricordo quelle che
separano i mancini e i destrorsi
i pechinesi e i moscoviti
i presbiti e i miopi
i gendarmi e le prostitute
gli ottimisti e gli astemi
i sacerdoti e i doganieri
gli esorcisti e le checche
i facili e gli incorruttibili
i figliol prodighi e gli investigatori
borges e sabato
le maiuscole e le minuscole
gli artificieri e i pompieri
le donne e le femministe
gli acquariani e i taurini
i profilattici e i rivoluzionari
le vergini e gli impotenti
gli agnostici e i chierichetti
gli immortali e i suicidi
i francesi e i non-francesi
il breve o il lunghissimo periodo
tutte però sono sanabili
c’è una sola crepa decisamente profonda
ed è quella che sta a metà tra
la meraviglia dell’uomo e i disillusionatori
è ancora possibile saltare
da un bordo all’altro
ma attenzione qui ci siamo tutti
voi e noi
per affondarla
signore e signori
a scegliere a scegliere
da che parte poggiate il piede.

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Sì, le crepe non mancano nel mondo d’oggi: l’elenco di Mario Benedetti (1920-2009), poeta uruguaiano che sempre più spesso approda su questo blog, potrebbe continuare fino alla noia. Qualche altro esempio? Possiamo attingere dall’attualità, dal muro contro muro tra berlusconiani e antiberlusconiani o dalla querelle sportivo-giudiziaria tra juventini e interisti. E ancora, atei e cattolici, ebrei e musulmani, uomini e donne, globalizzatori e localisti, ieri e domani, vegetariani e carnivori, vino bianco e vino rosso… Sono crepe che in modo più facile o più difficile si possono comunque sanare. L’unica frattura che non si può ricomporre è quella tra chi prova meraviglia e chi invece vive senza illusioni: spetta a noi scegliere dove ci vogliamo porre. Quanto a me, non ho dubbi, scelgo la meraviglia, scelgo la poesia.

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FOTOGRAFIA © ENRIQUE VIDAL

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutta l'arte mira alla «meraviglia»: meglio, a «insegnare la meraviglia». Stupendosi del «come» e non del «che» ci si potrà stupire poi, sempre che si voglia.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere, 11 maggio 1938

giovedì 15 settembre 2011

Cos’è l’arte? (XXIV)

 

LUCIAN FREUD

“Cosa chiedo a un dipinto? Gli chiedo di stupire, disturbare, sedurre, convincere”

Lucien Freud, “Girl with a white dog”
olio su tela, 1951-1952 / Londra, Tate Gallery

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GUSTAV KLIMT

“Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull'artista, l'unico che vale la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono e cosa voglio”

Gustav Klimt, “Der Kuss”
olio su tela, 1907-1908 / Vienna, Österreichische Galerie Belvedere

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FRANCISCO GOYA

“Non ci sono regole nella pittura”

Francisco Goya, “La cometa”
olio su tela, 1777-1778/ Madrid, Museo del Prado

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte è la scienza resa chiara.
JEAN COCTEAU

mercoledì 14 settembre 2011

Ciò che nessuno osserva

 

EMILY DICKINSON

LOTTARE A VOCE PIENA

Lottare a voce piena, è coraggioso –
ma so più generoso
chi attacca dentro il petto
la cavalleria del dolore –

chi vince, e le nazioni non vedono –
chi soccombe – e nessuno osserva –
i cui occhi morenti nessun paese
guarda con amore di patria –

Confidiamo che in piumata processione
gli angeli sfilino per loro –
schiera dopo schiera, con i passi a cadenza –
e le uniformi di neve.

(da Centoquattro poesie, Einaudi, 2011 – Traduzione di Silvia Bre)

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Questi sono tempi di sfrenato esibizionismo, di gente che crede che esistere sia apparire in televisione, mettersi a urlare e a litigare nei contenitori di vuoto del pomeriggio. Tutto il contrario della gratuità di questi versi di Emily Dickinson (1830-1886), dove le azioni non sono sminuite dal non essere palesi, dal non essere osservate e analizzate. Avranno altra ricompensa: quella dello spirito, degli angeli vestiti di bianco, non quella umana che lascia il tempo che trova. Del resto, in un’altra lirica, molto più famosa, la poetessa americana scrisse: “Che grande peso essere qualcuno! / Così volgare - come una rana, / che gracida il tuo nome - tutto giugno / ad un pantano in estasi di lei!”

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WILLIAM ADOLPHE BOUGEREAU, “ANGELI CHE SUONANO IL VIOLINO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Esultanza è l’andare / di un’anima di terra verso il mare, / oltre le case, oltre i promontori – / dentro l’eternità profonda.
EMILY DICKINSON, Centoquattro poesie

martedì 13 settembre 2011

L’incarnazione delle parole

 

ALBERTO BEVILACQUA

È STATO FORSE

È stato forse
un fortuito incontro di strade
quella metà del nostro segreto
che hai lasciato
a me come incombenza:
è dura, adesso,
il doverla accoppiare
- il problema, vedi, sta nella parola,
puoi dirle tutte le parole che sai,
puoi scavarle dentro la tua vita
farti sanguinare le dita,
gridarle col silenzio nella gola:
ma nessuna, credimi, nessuna
aspetta più l'incarnazione,
tantomeno
gli essenziali alfabeti.

(da Legami di sangue, Mondadori, 2003)

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Confesso di non avere letto molto di Alberto Bevilacqua (Parma, 1934) come prosatore, forse solo La califfa, che risale alle sue prime produzioni – è un romanzo del 1964 dal quale l’autore stesso ha tratto un film con una bellissima colonna sonora di Ennio Morricone. Ma mi piace tantissimo l’Alberto Bevilacqua poeta: i suoi versi più datati vivono di una sensualità sanguigna, si lanciano all’inseguimento di un ricordo, si ritrovano in un amore carnale. I suoi versi più recenti, come questi del 2003 e quelli di  Tu che mi ascolti. Poesie alla madre, sono pura poesia, scavano alla ricerca delle radici, risalgono fino all’infanzia ricostruendo e valutando nuovamente la realtà sulla base del vissuto, individuano i collegamenti tra allora e adesso. Come ha rilevato Maurizio Cucchi, “Amore ed erotismo, consapevolezza degli indissolubili legami non solo con la propria terra d'origine, ma anche con le figure parentali, costituiscono altri elementi irrinunciabili della sua poesia, la cui tendenza, evidente anche nella sua più recente raccolta ("Legami di sangue"), parrebbe quella di ricondurre incessantemente al presente suggestioni, vicende, situazioni prelevate da una memoria anche remota”.

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UNA CELEBRE IMMAGINE DAL WEB

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo sparso nella calca del mondo / non ha che un moto d'avvio sulla moviole: / lo scatto iniziale / del suo buio trasparente di luce.
ALBERTO BEVILACQUA, Legami di sangue

lunedì 12 settembre 2011

Montale e il temporale d’agosto

 

EUGENIO MONTALE

ARSENIO

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.
 
È il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...
 
Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso.
 
Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.
 
Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

(da Ossi di seppia, Carabba, 1928)

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Trent’anni fa, Il 12 settembre 1981, si spegneva a Milano Eugenio Montale, uno dei massimi poeti italiani del Novecento, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. E lo ricordiamo con questa sua poesia-autoritratto, che incorona Arsenio, l’alter ego del poeta: una magnifica descrizione di un temporale d’agosto (e si preannuncia già la Bufera, successiva raccolta) che è una tempesta dell’anima, uno sconvolgimento anche interiore. Ma passa il temporale e Arsenio-Montale non è in grado di coglierlo, non riesce a raggiungere la liberazione, immobile mentre tutto attorno sciaborda e il vento furioso scuote le tende. Rimane a terra con il suo male di vivere, con quella che diverrà per i critici la famosa “teologia negativa montaliana”: nessuna salvezza è possibile per la sua “vita strozzata”.

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FOTOGRAFIA © MATTE74/PANORAMIO

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LA FRASE DEL GIORNO
E senti allora, se pure ti ripetono che puoi, fermarti a mezza via o in alto mare, che non c'è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare.
EUGENIO MONTALE, Poesie disperse, A galla

domenica 11 settembre 2011

Dieci anni


WISŁAWA SZYMBORSKAimage

FOTOGRAFIA DELL’11 SETTEMBRE

Saltarono dai piani in fiamme, giù
… uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.

Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.

Ognuno di loro ancora intero
con il proprio volto
e il sangue ben nascosto.

C’è ancora tempo,
perché i loro capelli siano scompigliati,
e perché chiavi e spiccioli
cadano dalle loro tasche.

Essi si trovano ancora nel reame dell’aria,
entro i luoghi
che hanno appena aperto.

Ci sono soltanto due cose che posso fare per loro
… descrivere questo volo
e non aggiungere una parola finale.

(da Attimo, 2002)

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Dieci anni. Sembra ieri, ma dieci anni sono passati dal “giorno nero dell’umanità”, e se consideriamo i cambiamenti avvenuti, possiamo renderci conto di quanto tempo sia passato dal crollo delle Torri Gemelle centrate dagli aerei di linea guidati da terroristi kamikaze. L’11 settembre del 2001 c’erano ancora Saddam Hussein in Iraq e il regime dei talebani in Afghanistan, protagonisti della sanguinosa “guerra al terrore” che ancora si trascina in territorio afghano; c’era Bin Laden, la mente del piano terroristico, da pochi mesi catturato e ucciso. C’erano capi di stato che sono stati spazzati via dalle rivolte nei paesi arabi. C’era un altro papa, Giovanni Paolo II – e sua è quella frase sul “giorno nero dell’umanità”. C’era un altro presidente americano, il contestato George W. Bush, mentre adesso c’è Obama che più che al terrorismo deve pensare alla devastante crisi economica. Eppure, ogni volta che pensiamo a quell’attacco all’America, riviviamo la stessa emozione, ripensiamo a quelle immagini: gli aerei, la palla di fuoco nelle Torri, la gente coperta di polvere, le persone che si gettavano dalle torri in fiamme scegliendo di non finire divorate dal fuoco ma sfracellandosi al suolo. Quel giorno eravamo tutti pietrificati davanti a quella scena: la CNN ritrasmessa dalle televisioni di tutto il mondo, la mandava di continuo. E l’ha vista e ne è rimasta colpita anche la poetessa polacca Wisława Szymborska, Premio Nobel 1996: questa è la poesia che tributò in occasione del primo anniversario dell’11 settembre.

Sono passati dieci anni ed è accaduto esattamente ciò che pensavamo quel pomeriggio dolcemente caldo di settembre: il mondo non è più lo stesso.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il crollo delle torri del World Trade Center e l'incendio al Pentagono sono quel tipo di avvenimenti che ciascuno pensa destinati a mutare il corso della storia, senza peraltro sapere in quale direzione. Momento raro, intenso, veglia d'armi, attesa.
MARC AUGÉ

sabato 10 settembre 2011

L’amore a mano aperta

 

EDNA ST. VINCENT MILLAY

IO NON TI DO AMORE COME FANNO

Io non ti do il mio amore come fanno
le altre ragazze, in uno scrigno freddo
d’argento e perle, né ricco di gemme
rosse e turchesi, chiuso, senza chiave;

né in un nodo, e nemmeno in un anello
lavorato alla moda, con la scritta
‘semper fidelis’, dove si nasconde
un’insidia che ottenebra il cervello.

L’Amore a mano aperta, questo solo,
senza diademi, chiaro, inoffensivo:
come se ti portassi in un cappello

primule smosse, o mele nella gonna,
e ti chiamassi al modo dei bambini:
- Guarda che cos’ho qui! – Tutto per te -

(da L’amore non è cieco, Crocetti, 1991 – Traduzione di Silvio Raffo)

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“Edna St. Vincent Millay ha scritto alcuni dei più bei sonetti del secolo” ha rilevato Richard Wilbur nella prefazione delle opere scelte della poetessa americana, prima donna a vincere il Premio Pulitzer nel 1922. È vero: sonetti d’amore come questo, che tra l’altro non si sa se riferito a un uomo o una donna, essendo lei apertamente bisessuale. Una poesia romantica e femminile quella di Edna St. Vincent Millay (1892-1950), apparsa nella meravigliosa età del jazz di Fitzgerald ed Hemingway, ma a lungo ignorata dopo la sua scomparsa a vantaggio del modernismo di Eliot, Auden e Pound. Una poesia capace di emozionare con quella sua schietta eleganza, ma anche di ragionare fuori dagli schemi. Scrive infatti Silvio Raffo nella prefazione alla raccolta che contiene questo sonetto: “Edna è una donna d'intelligenza troppo autonoma, spiritosa ed acuta per adattarsi a qualsivoglia rassicurante modello (culturale, poetico); e femminile di quella femminilità, nemmeno poi così rara che usa la ragione ancor più fruttuosamente di quanto non ascolti il cuore. Il suo segno peculiare resta sì l'anticonformismo, ma si tratta di un anticonformismo dell'intelligenza che non celebra mai nessun mito e rivendica come unico diritto quello di non lasciarsi imbrigliare da alcun luogo comune, tanto meno dall'illusione”.

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EDNA ST. VINCENT MILLAY AL VASSAR COLLEGE © ARNOLD GENTHE

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LA FRASE DEL GIORNO
Questo ho sempre saputo: Amore altro non è /  un vasto fiore assalito dal vento, / una grande marea che batte un lido incerto / freschi relitti seminando raccolti alle tempeste.
EDNA ST. VINCENT MILLAY

venerdì 9 settembre 2011

Le promesse del nascere


GIUSEPPE UNGARETTI

ULTIMI CORI PER LA TERRA PROMESSA, 3

Quando un giorno ti lascia,
Pensi all’altro che spunta.

È sempre pieno di promesse il nascere
Sebbene sia straziante
E l’esperienza d’ogni giorno insegni
Che nel legarsi, sciogliersi o durare
Non sono i giorni se non vago fumo.

(da Il taccuino del vecchio, Mondadori, 1960)

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Ecco la vita: un giorno, una sera, una notte, un altro giorno, un’altra sera, un’altra notte… E in mezzo le nostre speranze, le nostre illusioni, i nostri tormenti, le gioie e le delusioni. Il terzo degli Ultimi cori per la Terra Promessa, come raccontò lo stesso Giuseppe Ungaretti, fu ispirato da un viaggio in Egitto con l’amico poeta Leonardo Sinisgalli, e precisamente suggerito dal paesaggio desertico della necropoli di Saqqarah. E fu ancora Ungaretti a dettarne la chiave di lettura: “Sono tutti motivi che per l’autore stesso non dovrebbero più contare come suoi nell’opera, se ad essa egli è riuscito a dare vita di poesia”. Come poi disse in un’intervista, la poesia della vecchiaia, per l’esperienza raggiunta, se si riesce a trovare la parola necessaria, è “la poesia più alta da lasciare”. Così la luce di quel deserto egiziano rinnova l’antica riflessione già presente nell’Allegria e nel Sentimento del tempo, ma adesso c’è una rassegnazione leopardiana a corromperla, c’è la vita vissuta con tutti i suoi dolori e le sue perdite. E “non sono i giorni se non vago fumo”.

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FOTOGRAFIA © FREE EXTRAS
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LA FRASE DEL GIORNO
E tu certo comprendi / il perché delle cose, e vedi il frutto / del mattin, della sera, / del tacito, infinito andar del tempo.
GIACOMO LEOPARDI, Canti

giovedì 8 settembre 2011

Quando ti colga la pioggia


ANTONIA POZZI

BARCHE

Come una barca
da carico, a sera,
quando il maltempo viene sul lago –
se non è nel suo porto
toglie l'áncora
e si accinge a tornare –

e a lungo costeggiando va,
mentre un uomo, da bordo, contro il fondo
la sua pertica spinge e dalla riva
un vecchio, incappucciato – perché già
piove –
accompagna la gomena
fin ch'è doppiata
laggiù
la punta –
ed oramai la barca
più
non si vede –

così tu sai –
non è vero –
quale è il tuo villaggio, la tua casa,
quando ti colga la pioggia
in un porto straniero –
e la notte.

25 settembre 1933

(da Parole, 1939)

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Basta una similitudine a fare una poesia. Così alla base di questi versi di Antonia Pozzi (1912-1938) i marinai di lago che si accingono a rientrare prima che si scateni il temporale e che le onde si gonfino mettendo a rischio la stabilità della barca, il carico e la loro stessa vita, rappresentano l’uomo in difficoltà nelle bufere dell’esistere. Ognuno di noi sa che può, in tali frangenti, contare su qualcuno, ha un porto sicuro dove rifugiarsi, e Antonia conferma all’amato di essere lei quel riparo.

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LAZISE, IL PORTO © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Com'è dolce guardare il mare da terra!
ARCHIPPO

mercoledì 7 settembre 2011

Dietro i fichidindia


GHIANNIS RITSOS

OSSERVANDO

Dietro i fichidindia passò il carrettiere con il suo cavallo.
L’ho visto – dice; conosco i fichidindia; il carrettiere non lo conosco.
Un uccello spiccò il volo dal tetto; si posò sul ramo; spiccò di nuovo il volo.
Un asciugamani sventola sulla corda del bucato – una linea azzurra,
una rossa, una arancione; – ondeggiano; su di esse distinguo
i gesti irregolari del vento (apparentemente minacciosi, – ma non lo sono).
Sono felice di vederci ancora – dice. E sono io che dètto
quello che suonano i ciechi coi loro strumenti agli angoli delle vie.
La fisarmonica e la chitarra sono vecchie maschere di eroi spaventati
perché gli eroi, più di noi tutti, hanno paura e imitano.

(Traduzione di Nicola Crocetti)

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Sembra un dipinto di Picasso raccontato in radiocronaca questa poesia di Ghiannis Ritsos (1909-1990): il poeta greco racconta tutta la scena, ci pone dentro essa, accanto all’uomo che interloquisce con lui. Possiamo pensare a un paesaggio greco con i suoi colori e profumi sensuali: fichidindia, case bianche, una strada polverosa su cui passa un carretto trainato da un cavallo. Il vento scuote i panni stesi ad asciugare. E, osservando il paesaggio, ascoltiamo quell’uomo parlare di musicanti ciechi, dei loro strumenti usati come maschere o come scudo nell’eroismo del vivere quotidiano.

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DAVID ARISTOTLE HAUGHTON, “CHURCH BY THE SEA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nube la poesia, / fors’anche luce, / non ha corpo. / Nel tuo corpo esisto
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GHIANNIS RITSOS, Erotica

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