mercoledì 30 settembre 2009

Haiku d’autunno

L’haiku, la breve poesia tradizionale giapponese, ha una sua profondità che sfugge alle letture superficiali cui il moderno Occidente ci ha abituato: quello che vediamo è solo la punta dell’iceberg, ma sotto c’è tutta la montagna. Quella che a noi sembra un’immediata naturalezza è invece frutto di un lungo percorso, di un rigido allenamento alla meditazione, alla comprensione della realtà, nella quale l’autore si immerge profondamente, non limitandosi a osservarla dall’esterno. In una stagione di mutamenti come è l’autunno, ecco allora che i poeti si sforzano di cogliere la relazione tra le cose. Qualche esempio:


È quella la mia ombra?
E intanto sbirciano, furtive,
le foglie morte.


CHIGETSU


Il soffio del vento autunnale
s'insinua tra le cose -
volti di uomini.


ONITSURA


Su un ramo secco
si posa un corvo,
crepuscolo autunnale.


BASHO
.

Una foglia cade- 
Puah! Ne cade un'altra
nel vento.


RANSETSU


Vento d’autunno
nei miei occhi
tutto è haiku.


KYOSHI TAKAHAMA


Ancora vivo,
e il viaggio è finito!
Sera d'autunno.


BASHO

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Nel mio andarmene,
nel tuo restare -
due autunni.


SHIKI


Le rocce della valle di Kiso
mettono radici,
al tramonto autunnale.


HOSHA


All'inizio del nuovo giorno,
foglie d'albero
che cadono.


HOSHA

.

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Mentre mi lavo il viso,
nel catino si erge
l'ombra dell'autunno.


SOSEKI


Ancora più solo
dell'anno scorso -
crepuscolo autunnale.


BUSON


Cielo autunnale -
un monte senza nome svetta
più in alto che mai.


SOSEKI


Ando Hiroshige, “Acero dalle foglie rosse al ponte Tsuten”
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LA FRASE DEL GIORNO
Né la primavera né la bellezza d’estate hanno la grazia / che ho visto sul viso dell’autunno.

JOHN DONNE, Elegie, IX

martedì 29 settembre 2009

Montale e la felicità


EUGENIO MONTALE

FELICITÀ RAGGIUNTA…

Felicità raggiunta, si cammina per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

(da "Ossi di seppia", 1928)

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Tutti sappiamo quanto esile sia la felicità, quanto fragile il suo equilibrio nelle nostre vite. Eugenio Montale, in questa poesia tratta da “Ossi di seppia”, descrive con alcune analogie questa delicatezza – ricordiamo che per gli antichi era “una ruota di vetro”: il camminare sull’orlo di una tagliente lama – un po’ come la muraglia con i cocci di bottiglia di un’altra celebre poesia montaliana - lo stento ardere di una fiammella che rischia di spegnersi a ogni colpo di vento, la sottile lastra di ghiaccio che va in frantumi sotto il peso del piede… Dovremmo ammirarla da lontano, come le opere d’arte messe sotto vetro nei musei. Dovremmo accettarne i suoi doni, anche immotivati, quelli dell’incipit di un’altra poesia di Montale, “Barche sulla Marna”: “Felicità del sùghero abbandonato / alla corrente / che stempra attorno i ponti rovesciati / e un murmure stagnante di città…”

Del resto, la felicità è un balsamo, anche se passeggero, per chi dimentica la sua tristezza: sa dispensare piccole gioie, come il canto degli uccelli nel mattino dai loro nidi sulle modanature dei palazzi. Ed è doloroso il suo ricordo, la felicità perduta, come il pianto di un bambino che vede il suo palloncino volare lontano nel cielo.




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LA FRASE DEL GIORNO
C'è un'Ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va... / Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa.
TRILUSSA, Poesie

lunedì 28 settembre 2009

Un milione di scale

EUGENIO MONTALE

HO SCESO, DANDOTI IL BRACCIO…

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

(da “Satura”, 1971 – Xenia, II, 5)

Gli “Xenia” nell’antica Grecia erano i doni offerti agli ospiti. In questo settore di “Satura” Eugenio Montale ne fa dei doni votivi, un’offerta memoriale alla moglie “Mosca”, Drusilla Tanzi, morta nel 1963. Delle poesie a lei dedicate questa, datata 20 novembre 1967, è la più struggente: si può avvertire tutto lo sgomento di un uomo che è rimasto solo, che si trova a viaggiare senza più la compagna di una vita e sente tutta la grandezza di quel vuoto. Il dire montaliano si fa sommesso, discorsivo, quasi in un monologo con la moglie: l’interlocutore ancora una volta in Montale è assente, immateriale. Il poeta, ora che compie da solo il viaggio della vita, riconosce in “Mosca” la guida dei suoi giorni: la realtà, adesso che lei non c’è più, viene ulteriormente ridimensionata – tecnicamente con il recupero dell’aneddoto, del gesto. A Montale risulta ora chiaro che camminava nel mondo al braccio della moglie non perché così fosse più facile cogliere la realtà sensibile e fenomenica ma perché solo i suoi occhi, per quanto miopi, erano gli unici in grado di cogliere l’altra realtà, quella di un messaggio divino senza il quale la realtà – e il poeta ora lo comprende, sarebbe priva di significato.

© Charles Garnier

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi esistiamo soltanto in quanto stiamo uniti.
JOSEPH CONRAD, Lord Jim

domenica 27 settembre 2009

La passeggiata di Soffici

ARDENGO SOFFICI

VIA

Palazzeschi, eravamo tre,
Noi due e l'amica ironia,
A braccetto per quella via
Così nostra alle ventitré.

Il nome, chi lo ricorda?
Dalle parti di san Gervasio;
Silvio Pellico o Metastasio;
C'era sull'angolo in blù.

Mi ricordo però del resto:
L'ombra d'oro sulle facciate,
Qualche raggio nelle vetrate;
Agiatezza e onorabilità

Tutto nuovo, le lastre azzurre
Del marciapiede annaffiato,
Le persiane verdi, il selciato,
I lampioni color caffè;

Giardinetti disinfettati,
Canarini ai secondi piani,
Droghieri, barbieri, ortolani,
Un signore che guardava in sù,

Un altro seduto al balcone,
Calvo, che leggeva il giornale,
Tra i gerani del davanzale
Una bambinaia col bebè;

Un fiacchiere fermo a una porta
Col fiaccheraio assopito,
Un cane barbone fiorito
Di seta che ci annusò;

Un sottotenente lucente,
Bello sulla bicicletta,
Monocolo e sigaretta,
Due preti, una vecchia, un lacchè.

- Che bella vita - dicesti -
Ammogliati, una decorazione,
Qui tra queste brave persone,
I modelli delle città.

Che bella vita fratello! -
E io sarei stato d'accordo;
Ma un organetto un po' sordo
Si mise a cantare: "Ohi Marì.."

E fummo quattro oramai
A braccetto per quella via.
Peccato! La malinconia
S'era invitata da sé.

(da “Intermezzo”)


Ardengo Soffici, pittore e scrittore, era un Futurista sui generis. Questa poesia ne è testimonianza: non ci sono gli sperimentalismi marinettiani ma si può cogliere un’impressione cinematografica nello scorrere veloce delle scene, come se una macchina da presa sul carrello accompagnasse i due protagonisti della passeggiata notturna per una via di Firenze: Soffici e Aldo Palazzeschi, dunque, e un’invitata di lusso, l’ironia, apertamente dichiarata dallo stesso Soffici quasi a indirizzare la lettura. Così i due se ne vanno per una via che ci parla di un nostalgico anteguerra tra i negozietti dei commercianti e uno zoo di personaggi e quasi invidiano quella tranquillità… Non fosse per l’aria di una canzonetta che all’improvviso frantuma quello scenario come uno specchio lasciando nell’aria la malinconia.

Didier Lourenco, “Charlas nocturnas”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un desiderio di desideri: la malinconia.
LEV TOLSTOJ, Anna Karenina

sabato 26 settembre 2009

Virgilio Piñera

Surreale e barocco, il poeta e drammaturgo cubano Virgilio Piñera, nato a Cárdenas nel 1912 e morto in solitudine all’Avana nel 1979, appartiene alla schiera di chi osserva il mondo vivere e rimane in disparte a coltivare l’incomunicabilità, l’anarchia e l’assurdo. Polemico ma necessario per la comprensione della realtà. Ecco un breve florilegio di sue poesie:

PIM, PUM, PAM

Il bambino mi ha ucciso con il suo fucile di legno. Morto ho cominciato a vederlo
nel suo lento crescere verso la crudeltà.
In questi giorni mi piace ascoltare gli spari. Si tinge
di sangue l’orizzonte. Tutti diciamo che la felicità
è un proiettile.

(1969) – da “Poemas desaparecidos”


BENE, DICIAMO…

Bene, diciamo che abbiamo vissuto,
non certo - sebbene sarebbe elegante -
come i greci della polis radiosa
ma simili a statue crisoelefantine
e con un inizio di steatopigia.
Abbiamo vissuto in un'isola
forse non come volevamo,
ma come potevamo.
Così abbiamo abbattuto alcuni templi
e ne abbiamo innalzati altri
che ancora rimangono
o che sono stati a loro volta abbattuti.
Abbiamo scritto instancabilmente,
sognato quanto basta
per penetrare nella realtà.
Abbiamo alzato dighe
contro l'idolatria e il crepuscolare.
Abbiamo adorato il sole
e, cosa ancora più splendida,
abbiamo lottato per risplendere.
Ora, in silenzio per un po',
ascoltiamo città ridotte in polvere,
ardere in scintille illustri manoscritti,
e il lento quotidiano sgocciolio dell'odio.
Ma è solo una pausa del nostro futuro.
Presto saremo pronti a conservare.
Non sopra le rovine, ma sopra il ricordo,
perché guarda: non hanno peso
e noi ora cominciamo.

1972

(da “Una broma colosal”, 1988)

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FINALE

Sono stato come un cane
sottomesso alla voce del padrone:
Op, Virgilio, salta!
Ho amato la bellezza,
ha preteso la grazia.
Ho avuto prelibatezze
da cane addestrato.
In premio, mio padrone,
ti chiedo solo,
un po' più di derisione.

1969

(da “Una broma colosal”, 1988)

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L’ISOLA DI PESO (frammento)

Tutto un popolo può morire di luce come morire di peste.
A mezzogiorno il monte si popola di amache invisibili,
e lanciati, gli uomini sembrano foglie alla deriva su acque metalliche.
In questa ora nessuno saprebbe pronunciare il nome più caro,
né alzare una mano per accarezzare un seno;
in questa ora del cancro uno straniero giunto da spiagge remote
domanderebbe inutilmente che progetti abbiamo
o quanti uomini muoiono di malattie tropicali su questa isola.
Nessuno lo ascolterebbe: le palme delle mani rivolte verso l’alto,
gli orecchi otturati dal tappo della sonnolenza,
i pori tappati con la cera di un fastidio elegante
e della mortale deglutizione delle glorie passate.
Dove incontrare in questo cielo senza nubi il tuono
il cui scoppio spacca, da sopra a sotto, il timpano dei dormienti?
Quale conchiglia paleolitica spaccherebbe con il suo aspro corno
il timpano dei dormienti?
Gli uomini-conchiglia, gli uomini-scimmia, gli uomini-tunnel.
Popolo mio, tanto giovane, non sai comandare!
Popolo mio, divinamente retorico, non sai raccontare!
Come la luce o l’infanzia non hai ancora un volto.

(da “La isla en peso”, 1941)



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LA FRASE DEL GIORNO
Poeti, giullari dell’ignoto.
AMBROGIO BAZZERO, Mezzogiorno

venerdì 25 settembre 2009

Sugli italiani

GLI ITALIANI VISTI DAGLI ITALIANI:

Noi altri Italiani, abbiamo quasi tutti questo difetto organico di voler veder tutto e dirigere tutto con principi larghi e generali, trascurando poi le minuzie. Finché si parla di libertà, di virtù, di felicità, noi siamo sempre pronti a batterci o a ciarlare e abbiamo sempre pronte molte e belle teorie per risolvere i più astrusi problemi sociali o individuali. Ma poi, quando si tratta di tradurre le teorie nel linguaggio modesto della vita quotidiana, quando si deve pensare al bilancio della giornata e dell'ora presente, alziamo le spalle e lasciamo che le cose avvengano come a loro piace.

PAOLO MANTEGAZZA, L’arte di essere felici

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Gli italiani in genere sono convinti che raramente i mali dell'uomo possono essere guariti ma solo alleviati, e le catastrofi essere evitate ma solo qualche volta mitigate. Per questo, in ogni loro attività, preferiscono scivolare con eleganza sulla superficie debitamente decorata e lasciare inesplorate le tragiche profondità.

LUIGI BARZINI, Gli italiani

*

Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura.

ENNIO FLAIANO, Diario notturno

*

L’italiano non lavora, fatica.

LEO LONGANESI, La sua signora

…E GLI ITALIANI VISTI DAGLI STRANIERI:

Gli italiani hanno solo due cose per la testa: l'altra sono gli spaghetti.

CATHERINE DENEUVE

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Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre.

WINSTON CHURCHILL

*

Gli italiani fabbricano porte magnifiche ma se desideri tener fuori il prossimo usa un lucchetto americano.

JOHN HERMES SECONDARI, Tre soldi nella fontana

*

Gli italiani si lamentano troppo, quindi stanno bene.

WILHELM MUHS

 

© BBC

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LA FRASE DEL GIORNO
Voglio farti ubriacare e tirarti fuori il fegato e metterti un buon fegato italiano e farti ritornare un uomo.
ERNEST HEMINGWAY, Addio alle armi

giovedì 24 settembre 2009

Il potere dei poeti

ROGER McGOUGH

IL POTERE DEI POETI

L’uomo là fuori, sulla veranda,
che dà le monetine
al vecchio barbone e che
si sente bene non sono io.
Io sono la veranda.
Avrei potuto essere
il barbone o perfino
le monetine. E tuttavia
Ho deciso di essere
la veranda e questa è
la mia poesia. Tale è
il potere dei poeti.


È il poeta inglese Roger McGough, autore di questi versi, tratti da “Eclissi quotidiane”, a illuminarci sulla forza della fantasia nella poesia, sul suo preponderante allargarsi tanto da superare la realtà, da racchiuderla tutta in sé e persino travalicarla. Il poeta raccoglie il suo sentimento, la sua emozione e ne fa quello che vuole: descrive il mondo dal suo punto di vista, che non è quello del sociologo o del biologo, non è quello del filosofo o del fisico. In questa piccola scena di un uomo che dà dei soldi a un barbone, McGough sceglie per sé il ruolo più estraneo, quello dello spettatore – essenziale perché la scena venga descritta.


Roger McGough © BBC


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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra.
GUIDO GOZZANO, La via del rifugio

mercoledì 23 settembre 2009

Quando settembre cede all’autunno


LUIGI FALLACARA

OMBROSA ESTATE

Ombrosa estate, quando già settembre
cede all'autunno e nei giardini ancora
il gelsomino delle notti odora.

Estate che qui vivi solo in sonno
tra i profumi terrestri che più ami,
per risvegliarti con la luce al sommo,
senza gridi d'uccelli ai tuoi richiami.

Sali così incontro alle regioni
dove avvengono oscuri mutamenti,
prolungata memoria di stagione.

O, per te anche il tempo si ricorda
della felicità sempre fuggita,
e la notte ritenta ultimo accordo
col silenzio e con l'ombra della vita.


Luigi Fallacara, autore di questi versi, collaboratore di “La Voce” e “Lacerba” e fondatore di “Frontespizio”, è un poeta poco noto ai circuiti della cultura. Un peccato, perché il professore barese, nato nel 1890 e scomparso a Firenze nel 1963, con la sua corposa scrittura che palesa il rapporto tra eterno e sensibile era capace di poesie come questa, esemplare per raccontare questi giorni sospesi tra due stagioni, dove si mescolano sentori e impressioni, dove le memorie e le fantasie si fondono nel territorio ambiguo del sogno e, ricominciando, si medita sulla propria situazione, sulla felicità che forse c’è e forse è soltanto apparsa veloce come una lucertola tra i sassi della nostra vita…


McInerney, “Creek Road”


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LA FRASE DEL GIORNO
L'autunno e la primavera si rassomigliano. È la stessa cosa che la gioventù e la vecchiezza.
IGINIO UGO TARCHETTI, Fosca

martedì 22 settembre 2009

Le corazzate della pioggia


FRANCISCO UMBRAL

LA TORMENTA

E venne la tormenta di settembre
con le corazzate della pioggia,
e passava la coda del lampo,
lucertola di luce il suo percorso.
Come un mare verticale, come una notte
improvvisa, estiva, come una furia
l’acqua ci trasportava sulla sua chiatta,
cantava nei caffè, e anche nei taxi,
e il tenore dei tuoni,
Pavarotti d’autunno
improvvisava l’opera nel cielo.

E passò la tormenta e già c’era il mondo,
era una notte fresca, profondità balneare,
a riempire il forte divario di quel mare,
e tutti i convalescenti della tormenta
nottambuli della mareggiata
senza sonno né voglia di dormire
nelle lenzuola poste ad asciugare.

da "Poemas 2001-2002"


Capita tutti gli anni: l’estate svanisce dopo un acquazzone settembrino: grandi nuvole scure vengono dalle colline e si abbattono con fragore, spesso di notte, con tuoni e lampi, creando un putiferio nel cielo e lasciando sul terreno rami secchi e il primo strato di foglie secche. È solo l’annuncio dell’autunno: altre belle giornate seguiranno, ma intanto la temperatura si è fatta mite e gradevole e l’afa intollerabile dell’estate è posta nel dimenticatoio.

Il poeta e romanziere spagnolo Francisco Umbral, scomparso nel 2007 a 75 anni racconta in questa sua “Tormenta” una notte di temporale a settembre e lo fa con allegria, disegnando uno scenario che paragona la terra al mare, annullati i confini dalle cateratte della pioggia, e rimbomba delle voci della natura in un’opera lirica celeste con il vocione del tuono-Pavarotti. Passata la tempesta, come dopo una malattia, ci si ritrova tutti più vivi in questo nuovo mondo lasciato dalla tormenta.

Peter McDermott, “Dunseath Castle away the storm”


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LA FRASE DEL GIORNO
Sii tu l’arcobaleno nelle tempeste della vita; il raggio che la sera, come un sorriso, le nuvole disperda e copra il domani con il suo splendere profetico.
GEORGE GORDON BYRON, La sposa di Abido

lunedì 21 settembre 2009

Il Cigno di Mallarmé

IL VERGINE, IL VIVACE, IL BELL’OGGI

Il vergine, il vivace, il bell’oggi d’un colpo
d’ala ebbra quest’obliato, duro
lago ci squarcerà, sotto il gelo affollato
dal diafano ghiacciaio dei non fuggiti voli!

Un cigno d’altri tempi si ricorda di sé
che si libra magnifico ma senza speranza
per non avere cantato l’aerea stanza ove vivere
quando splendé la noia dello sterile inverno.

Scuoterà tutto il suo collo quella bianca agonia
dallo spazio all’uccello che lo rinnega inflitta,
non l’orrore del suolo che imprigiona le piume.

Fantasma che a questo luogo dona il suo puro lume
s’immobilizza al gelido sogno di disprezzo
di cui si veste in mezzo all’esilio inutile il Cigno.

STÉPHANE MALLARMÉ (da “Poesie”, 1887)

Nella poesia dell’Ottocento c’è un tema ricorrente: quello del Cigno – o del Condor, o dell’Albatro, si pensi a Baudelaire – come simbolo dell’esilio del poeta in mezzo agli uomini. In questo sonetto di Stéphane Mallarmé il Cigno assume anche una più complessa personificazione, quella della sterilità creativa, del talento geniale che rimane inespresso a a causa dell’irraggiungibilità dell’ideale troppo puro, perfetto, e quindi inesprimibile con mezzi umani. Non bisogna dimenticare che Mallarmé subì due lunghe crisi di sei anni: non scrisse nulla tra il 1867 e il 1873  e si dedicò alla meditazione tra il 1887 e il 1883.

Il primo verso, celebre in Italia anche perché è quello continuamento citato a Micol nel “Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, è stilisticamente perfetto: descrive l’insorgere della gioia subito tarpata nel suo volo. Così il poeta scopre con orrore che il suo talento creativo, che si sta per librare in volo verso l’Azzurro, i cieli più liberi, come uno splendido cigno bianco, è in realtà imprigionato nel ghiaccio del lago. La sola cosa che rimane da fare è contemplare dignitosamente la propria sconfitta, restando a rimirare la perfezione non raggiunta.

Un gelido distacco pervade tutta la poesia, come se il poeta non fosse in realtà quel Cigno che soffre e che lotta un’ultima volta: la maestria di Mallarmé dipinge quel paesaggio bianco, negazione del colore, e in particolare dell’Azzurro limpido del cielo, ma lascia trasparire tutto il suo disprezzo.

 

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Giorni miracolosamente colpiti da sterilità. Invece di rallegrarmene, di gridare vittoria, di convertire quell'aridità in festa, di vederli come un punto d'arrivo e come una prova della mia maturità, insomma del mio distacco, mi lascio pervadere dalla stizza e dal cattivo umore: tanto è tenace in noi il vecchio uomo, la canaglia smaniosa incapace di scomparire.
EMIL CIORAN, L’inconveniente di essere nati

domenica 20 settembre 2009

Eraclito di Efeso

Uno dei grandi spiriti filosofici della Grecia antica fu Eraclito. Nato a Efeso intorno al 535 avanti Cristo, spostò l'investigazione dall'inizio materiale del mondo al ritmo interno della natura, a ciò che muove e regola le cose in un eterno mutamento, in un continuo scorrere: il Logos - ovvero, la norma, la regola, la ragione. E “Tutto scorre” è la base della sua filosofia, espressa però in maniera enigmatica, attraverso brevi concetti che guizzano nell’oscurità del sapere come quel fuoco da lui posto a base di ogni cosa.

Un filosofo-poeta Eraclito, capace di esprimersi in modo da farsi comprendere solo dagli eletti, da coloro che sono in grado di capire la sua dialettica, i suoi concetti: e non è questa oscurità, questo ermetismo una delle caratteristiche principali anche della poesia? Eraclito è filosofo di tutti e di nessuno: nei suoi frammenti si ravvisano elementi vicini al Taoismo (il Tao – la Via – è spesso riferita a una sequenza spazio-tempo, lo stesso scorrere ciclico ravvisabile nello Yin-Yang) e al Cristianesimo (il padre è il suo stesso figlio).

 

FRAMMENTI DA “SULLA NATURA”

La via in su e la via in giù sono una e la medesima cosa.

Non si può discendere due volte nello stesso fiume.

L'armonia nascosta vale più di quella che appare.

I cercatori d’oro scavano molto e trovano poco.

Le umane opinioni sono balocchi.

La bellezza del cosmo proviene da cose sparse a caso.

È legge anche seguire il volere di uno.

Per l'uomo il carattere è il demone.

Come potrebbe uno nascondersi a ciò che non tramonta mai?

Più degli orecchi gli occhi testimoniano.

La cultura è un altro sole per i colti.

Il sole è nuovo ogni giorno.

Per la legge come per le mura il popolo deve battersi.

Uno per me vale diecimila, se è ottimo.

Per gli uomini è meglio che non si avveri quanto desiderano.

I confini dell’anima non troverai, neanche se tenti ogni via.

 

Hendrick ter Brugghen, “Eraclito”
© Rijksmuseum Amsterdam

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I privilegi fanno schiavi dei e uomini.
ERACLITO, Sulla natura

sabato 19 settembre 2009

L’autunno di Tranströmer

ARCIPELAGO AUTUNNALE
Tormenta

All’improvviso, il passante incontra qui la vecchia,
enorme quercia, come un alce pietrificato con le sue interminabili
corna, davanti alla forza neroverde
del mare di settembre.

Tempesta del nord. È il tempo in cui
i grappoli delle sorbe maturano. Sveglio nel buio,
ascolto le costellazioni scuotere le briglie nelle loro stalle,
lassù, sopra gli alberi.

(da “För levande och döda”, 1989)

 

Tomas Tranströmer, autore di questi versi autunnali, è un poeta svedese di 78 anni, molto conosciuto e amato in patria ma non altrettanto noto all’estero. il suo limite, a detta dei critici, è quello di essere troppo legato alla tradizione letteraria del suo paese: in realtà, secondo me, questo è il suo pregio; nessuno può pretendere che tutti si adeguino alle mode del momento, che si lancino nelle avanguardie più sfrenate. La poetica di Tranströmer si bilancia tra Modernismo, Espressionismo e Surrealismo alla ricerca degli aspetti mistici e bizzarri del quotidiano attraverso quadri chiari e apparentemente semplici, come quello disegnato nella poesia presentata.

La quercia che va spogliandosi nella tormenta autunnale in un mare del nord già spettrale, appare come un gigantesco fossile di alce, con quei rami contorti rivolti al cielo. E lassù, dietro le nuvole, i suoni della natura fanno pensare a un muoversi di finimenti in una vecchia stalla. Le forze primordiali si affrontano – come il bene e il male – nello scenario del mondo naturale. Semplice e chiaro sì, ma estremamente evocativo…

 

Thomas Moran, “East Moriches”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Come quando un uomo è così immerso in un sogno / che mai, ritornato al suo spazio, / ricorderà di esserci stato.
TOMAS TRANSTRÖMER, Parole dal silenzio

venerdì 18 settembre 2009

Parole antiche: gaggio

GAGGIO (s.m) deriva dal francese gage, a sua volta dal francone waddi, pegno, affine al latino vas, garante. È appunto il pegno, la caparra, tanto che “pagare a gaggio” significava pagare a usura. Il Pucci raccontava: “Sessantamila doble e più d’assai / gli prestò senz’alcun gaggio volere”. Per estensione indicava anche l’ostaggio: Giovanni Villani, cronista del Trecento, scrisse “Messer Marco non volle ritornare a Lucca, perocchè era in gaggio per lo Bavero a’ Cavalieri del Cerruglio”. E “penna a gaggio” significa  scrittore prezzolato. Direi che adesso ce ne sono molti, viste le recenti polemiche che hanno coinvolto Repubblica, Espresso, Giornale e Avvenire.

Una seconda accezione è quella del soldo, la paga ai militari che si arruolavano volontariamente negli antichi eserciti, passato a indicare con il tempo qualsiasi tipo di stipendio. Così scriveva ad esempio ancora Giovanni Villani: “Dugento migliaia di fiorini d’oro , che davano al Duca per suo gaggio”.

E ancora, per estensione il gaggio è un premio, una ricompensa, come appare chiaro in questa terzina dal VI canto del “Paradiso” di Dante: “Nel commensurar d’i nostri gaggi / col merto è parte di nostra letizia / perché non li vedem minor né maggi”.

Oggi non è più usata, ma ha avuto un ritorno di fiamma nel linguaggio dei paninari degli Anni ‘80: “gaggio” era il metallaro. Il dizionario storico dei linguaggi giovanili scritto nel 2004 da Renzo Ambrogio e Giovanni Casalegno si intitola per l’appunto “Scrostati, gaggio!”.

 

© Zoonar

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Dopo circa quaranta secoli di civiltà orale la Parola è una moneta inflazionata
JEAN GUITTON, Il genio di Teresa di Lisieux

giovedì 17 settembre 2009

Nell’oceano della sera

SOROR DOLOROSA

Resta. Non accendere la lampada. Lascia che i nostri occhi
si riempiano a lungo delle tenebre,
che i tuoi bruni capelli versino la pesante mollezza
delle loro onde sui nostri baci silenziosi.

Noi siamo gli stessi, l'uno e l'altra. I cieli
pieni di sole ci hanno ingannati. Il giorno ci ferisce.
Voluttuosamente culliamo la nostra debolezza
nell'oceano della sera triste e delizioso.

Lenta estasi, sonno agitato e senza sogni
il flusso funebre rotola e srotola e prolunga
i tuoi capelli, dove la mia fronte si tumula in deliquio...

Calma sera, che odia la vita e le resiste,
che lungo fiume di letargica pace e d'oblio
cola nei capelli fitti di tristi nebbie.

(da “Soirs moroses”, 1876)

 

Crepuscolare e decadente Catulle Mendès, poeta francese della seconda metà dell’Ottocento, ormai dimenticato. Autore prolifico, rappresentava l’estetismo tipico di quella fine secolo, che ebbe in Oscar Wilde il suo raffinato protagonista. E questa poesia, avvincente sin dal titolo, mostra la brillantezza e la ricercatezza del vocabolario dell’autore di Bordeaux: può far perdonare una certa superficialità e la facilità nel seguire la moda del tempo.

E l’atmosfera del crepuscolo pervade tutto il sonetto: la luce che svanisce, la mollezza del momento. Nella penombra ci si sente sicuri, lontani dalle luci che feriscono gli occhi. La dolcezza diventa malinconica, l’amore è un’onda che pervade…

Gustav Klimt, “Serpenti d’acqua”

.

Gabriele D’Annunzio nel 1892 partì proprio dal sonetto di Mendés per disegnare in una poesia del suo “Poema paradisiaco” una scenografia languida e convalescenziale, propriamente Liberty, molle fin nella sua musicalità discorsiva ottenuta con l’artificio dell’enjambement, il verso spezzato e ripreso nel verso successivo.

LA SERA

I.

Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l'amate; e vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l'ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.

II.

Ma chi vide più larghi e più profondi
Occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera:- non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l'estasi e il terrore
che m'invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra che io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l'innaturale forma
Con la sera divina si congiunga,
poi che l'immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m'avvolge e trae nel suo letargo
dando l'oblío come l'antico fiume.

III.

Piangi, tu che hai nei grandi occhi la mia
anima ed in cui palpita il mio cuore
segreto, o tu, sorella del Dolore,
sorella de la Sera, unica mia.
Per consolarmi in ore di tristezza
io ti creai de la piú pura essenza,
fantasma immarcescibile, ma senza
consolare la mia vera tristezza!

(da “Poema paradisiaco”, 1892)

Nell’eterea inconsistenza anche la donna diventa un fantasma, una figura da sogno, un artificio letterario che può consolare la tristezza per il breve tempo di una poesia.

.

Sophie Anderson, “Head of a Nymph”

.

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LA FRASE DEL GIORNO
Quel che vediamo la notte, è lo sfortunato residuo di quanto abbiamo negletto durante la veglia. Il sogno è sovente la rivincita delle cose disprezzate o il rimprovero degli esseri abbandonati. Da qui l'imprevisto e talvolta la tristezza.
ANATOLE FRANCE, Il giglio rosso

mercoledì 16 settembre 2009

Malati di Internet

È indubbio che la tecnologia si sta ritagliando sempre più spazio nelle nostre vite sottraendo tempo alle attività di svago. Twitter, Facebook, i blog, i giochi online, gli SMS rischiano di renderci dipendenti da computer e telefonini. Ci sono alcuni internauti che sono oramai incapaci di “staccare”, di rimanere privi anche solo per pochi giorni e per poche ore dello strumento. Il sito americano ReSTART, che ha un programma per il recupero da questo tipo di dipendenza, ha stilato alcuni test per farci comprendere se siamo in grado di usare responsabilmente la rete e i computer.

Questo è il test per scoprire se si è “malati di Internet”:

• Navigare nel tuo sito preferito ti fa sentire meglio?
• Trascorri sempre più tempo online?
• Stai diventando sempre più irritabile?
• Stai perdendo interesse per qualsiasi attività che non sia il web?
• Trascuri gli amici e la famiglia per stare al computer?
• Ti senti inquieto quando non puoi usare Internet?
• Hai imparato a mentire su quante volte clicchi per vedere i tuoi video preferiti?
• L’uso del computer interferisce con il lavoro e il rendimento scolastico?
• Ti senti in colpa quando sei online?
• Dormi sempre meno per poterti connettere?
• Hai avuto bruschi cambiamenti di peso, soffri di mal di schiena, emicranie, o hai dolori alla mano e al braccio?
• Pensi a come connetterti anche quando stai facendo altro?

Chi ha risposto sì a tre o quattro di questi sintomi è a rischio dipendenza, chi ha risposto sì a cinque o più è già dipendente.

Come per tutte le cose, è l’abuso a causare danni. Troppo sale sui cibi aumenta la pressione arteriosa, troppi grassi il colesterolo, troppo vino porta alla dipendenza da alcol. Sarebbe saggio spegnere il computer ogni tanto e andare a farsi una passeggiata o leggere un buon libro. Adesso, ad esempio, mi formicola la mano destra… Arrivederci…

 

© Funny Slides

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Vent’anni fa nessuno avrebbe potuto immaginare gli effetti che Internet avrebbe avuto: intere relazioni che fioriscono, amicizie che prosperano… C’è una nuova immensa intimità e poesia casuale, per non nominare la pornografia più strana. L’intera esperienza umana sembra svelare se stessa come la superficie di un nuovo pianeta.
J. G. BALLARD, Intervista a “The Guardian”, 22 giugno 2004

martedì 15 settembre 2009

Omologazione e fantasia

MONDO 1980

Migliaia di persone
uguali
sedute su sedie
uguali
in caffè e bar
uguali.
Migliaia di vetrine
uguali
in vie e piazze
uguali
in città e paesi
uguali.
Solo la nuvola finge
un'isola
popolata di figure
diverse.

Avevamo già visto due poesie dell’ecuadoriano Jorge Carrera Andrade, dalle quali traspariva la condivisione del destino umano: il poeta si pone non all’esterno di una realtà, ma al suo interno, e ne vive ogni aspetto. In questa poesia del 1980, Carrera Andrade sonda il lato negativo di questa comunanza: l’omologazione, l’uniformità. La gente che possiamo osservare nelle nostre città diventa intercambiabile, una massa anonima e identica. La differenza, ci dice lo scrittore dell’Ecuador, è nella fantasia, simboleggiata da quelle nuvole sempre diverse che accendono il cielo…

 

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LA FRASE DEL GIORNO
L'immaginazione è la regina della realtà, e il possibile è una delle province del reale. È positivamente imparentata con l’infinito.
CHARLES BAUDELAIRE, Salon de 1859

lunedì 14 settembre 2009

Willy Ronis

“Le mie sono fotografie che potrebbero fare tutti. Io sono un uomo qualunque che va in giro e fissa il riflesso dello spettacolo della strada”.

Così diceva delle sue fotografie Willy Ronis, scomparso sabato all’età di 99 anni. Ma il fotografo francese certo sapeva bene che per cogliere quel “riflesso” non basta avere per le mani una macchina fotografica: nel suo occhio c’era la poesia che sapeva imprigionare nell’obiettivo l’attimo di un’emozione – la gente semplice di Belleville e di Ménilmontant, i bistrot, gli innamorati sulle rive della Marna, l’umanità che popolava le strade di Parigi.

 

Le nu provençal, 1949

-

Place Vendome, 1947

 

Les amoureux de la Colonne Bastille, 1959

-

Venise, Fondamenta Nuova, 1959

-

Belleville, 1959

-

Aubagne, 1947

-

Deena de dos, 1955

-

Jonville, 1947

-

Rue Rambuteau, 1946

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Le petit parisien, 1952

-

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l'arte della fotografia.
HELMUT NEWTON

domenica 13 settembre 2009

Va la vita per onde di stagioni

PERDUTE RIVE

Va la vita per onde di stagioni,
ride nel giro dei ritorni illusi,
splendono forme, passano confusi
paesi in festa di colori e suoni.

Tu guardi fuor di gioia e di dolore
le immagini del tempo fuggitive,
rammentando le perdute rive…
Quella luce dov’è? Dov’è il tuo cuore?

DIEGO VALERI, “Poesie”, 1962


Un’altra estate finisce in un lento, dolcissimo settembre. Ed è tempo per nuove riflessioni sullo scorrere del tempo, sul giro delle stagioni, come se tutti noi navigassimo su un largo fiume e ci guardassimo ora indietro, senza più vedere quelle perdute rive… Ci restano nella memoria, nel ricordo, anche quando attraversiamo - come in questi giorni di sagre – paesi addobbati per la festa. Non c’è gioia nel ritrovarle né dolore per averle perdute: solo la consapevolezza dell’inesorabile trascorrere dei giorni. Diego Valeri lo spiega, per dirla con Eugenio Montale, con “quella sua poesia che sembra facile - non precisamente crepuscolare o ermetico”: con delicatezza e una musicale semplicità.

© Ansel Adams

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo si allunga e si contrae. Quando si allunga, come una gomma ci imprigiona all'infinito nelle sue braccia. Non lascia liberi così facilmente. Ci troviamo risospinti nel luogo dove eravamo prima, o abbandonati nel buio, dove non si sposta neanche di un secondo, ignorando i nostri sensi tesi e gli occhi serrati.
BANANA YOSHIMOTO, H/H

sabato 12 settembre 2009

I libri più rubati su Internet


Il sito Freakbits ha voluto stilare una lista dei dieci libri elettronici più scaricati in maniera illegale – si tratta di download eseguiti su Bit

Torrent tra le 100.000 e le 250.000 volte. Nessun romanzo, o quasi, nessun libro di poesie, molta pornografia o eros, un supporto per un gioco di ruolo (Leonardo) e manuali. Ecco i titoli:

1. Kamasutra

2. I segreti di Adobe Photoshop

3. La guida completa per idioti al sesso divertente

4. I quaderni perduti di Leonardo da Vinci

5. La casa solare – Una guida per progettisti

6. Dietro la pornografia – La scrittura erotica nell’antica Inghilterra

7. Twilight – La serie completa

8. Come spingere qualcuno a dire sì – La scienza dell’influenza

9. Fotografia di nudo – L’arte e il mestiere

10. Aggiustalo! – Come eseguire tutte le piccole riparazioni in casa


Che la letteratura sia assente dalla lista potrebbe essere motivo di consolazione, ma, se ci pensiamo un attimo, questo elenco sta a significare che alla gente – ai ragazzi, soprattutto, che divorano Internet – la letteratura interessa sempre meno. L’unico e-book che vi si avvicina solo marginalmente è la saga dei vampiri di “Twilight”. A me sarebbe piaciuto trovare nella lista le opere complete di Hemingway, Fitzgerald, Céline e Kafka, la Divina Commedia, l’Odissea… Almeno non c’è Dan Brown!



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LA FRASE DEL GIORNO
Più della metà della cultura moderna si basa su libri che non si dovrebbero leggere.
OSCAR WILDE, L’importanza di chiamarsi Ernesto

venerdì 11 settembre 2009

11 settembre

“Lo spirito umano non è misurabile dalla dimensione delle azioni, ma dalla dimensione del cuore.”

MURALE A GROUND ZERO

Sono passati otto anni dal giorno in cui il mondo cambiò. Sembra ieri…

Fotografie tratte dal web

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi abbiamo a che fare, con gli attentati di New York e del World Trade Center, con l’avvenimento assoluto, la "madre" degli avvenimenti, l'avvenimento che concentra in sé tutti gli avvenimenti che non hanno mai avuto luogo.
JEAN BAUDRILLARD, Lo spirito del terrorismo

giovedì 10 settembre 2009

Pavese, nord e sud


CESARE PAVESE
TERRE BRUCIATE

Parla il giovane smilzo che è stato a Torino.
Il gran mare si stende, nascosto da rocce,
e dà in cielo un azzurro slavato. Rilucono gli occhi
di ciascuno che ascolta.
A Torino si arriva di sera
e si vedono subito per la strada le donne
maliziose, vestite per gli occhi, che camminano sole.
Là, ciascuna lavora per la veste che indossa,
ma l'adatta a ogni luce. Ci sono colori
da mattino, colori per uscire nei viali,
per piacere di notte. Le donne, che aspettano
e si sentono sole, conoscono a fondo la vita.
Sono libere. A loro non rifiutano nulla.


Sento il mare che batte e ribatte spossato alla riva.
Vedo gli occhi profondi di questi ragazzi
lampeggiare. A due passi il filare di fichi
disperato s'annoia sulla roccia rossastra.


Ce ne sono di libere che fumano sole. 
Ci si trova la sera e abbandona il mattino
al caffè, come amici. Sono giovani sempre. 

Voglion occhi e prontezza nell'uomo e che scherzi
e che sia sempre fine. Basta uscire in collina
e che piova: si piegano come bambine,
ma si sanno godere l'amore. Più esperte di un uomo.
Sono vive e slanciate e, anche nude, discorrono
con quel brio che hanno sempre.


Lo ascolto.
Ho fissato le occhiaie del giovane smilzo
tutte intente. Han veduto anche loro una volta quel verde.
Fumerò a notte buia, ignorando anche il mare.


(da Lavorare stanca, Einaudi, 1936)


Cesare Pavese nel 1935 ha ventisette anni ed è al confino a Brancaleone, in Calabria. Ascolta un ragazzo del posto che è stato a Torino magnificare la libertà delle donne del Nord. Erano tempi in cui le differenze erano molto più marcate di oggi tra Nord e Sud: l’integrazione dovuta all’emigrazione nelle grandi fabbriche settentrionali ancora non c’era stata, la rivoluzione sessuale era ben lontana. Gli ascoltatori, con gli occhi luccicanti, accesi da una favolosa eccitazione, si immaginano quelle donne torinesi nell’ozio languido di un caldo pomeriggio d’estate. Davvero un altro mondo.

L’esule Pavese ritrova in quelle parole il mondo da cui è stato allontanato, confronta a sua volta quelle “terre bruciate” dove i fichidindia si allargano sull’arida campagna vicina al mare con il “verde” delle colline sopra Torino. Rammenta la libertà delle donne cittadine, quelle che fumano, vanno per i caffè, si vestono per piacere e non rifiutano nulla, quelle che impudiche, nude nel letto, non si vergognano di parlare. E le parole del giovane smilzo gli hanno acceso ricordi e nostalgie: la notte si troverà ancora a pensarvi, assorto e insonne, fumando…




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LA FRASE DEL GIORNO 

 -  Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato.
 - Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino. osato.
CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò

mercoledì 9 settembre 2009

La battaglia di Teutoburgo

Una delle più grandi sconfitte dell’Impero Romano fu quella della Foresta di Teutoburgo, nei pressi di Osnabruck, nell’odierna Germania. Il disastro si verificò nella battaglia durata tre giorni, dal 9 all’11 settembre del 9 d.C. Duemila anni fa esatti.

Tre legioni romane, ventimila uomini bene armati ed equipaggiati, agli ordini dello sprovveduto generale Publio Quintilio Varo, furono sterminate dal raccogliticcio esercito di un capo germanico, Arminio, il cui nome è divenuto simbolo dell’identità tedesca (c’è una squadra di calcio, l’Arminia Bielefeld, molti tedeschi si chiamano Armin o Hermann) ed è servito a fini nazionalistici nella riforma luterana, nella guerra franco-prussiana e nell’orrore nazista.

In quei giorni di settembre, dopo un’estate tranquilla, Varo stava riportando le sue legioni nei quartieri d’inverno. Ma quando stava puntando su Alisio, ebbe notizia di lotte tra tribù confinanti e obbligò l’esercito a una diversione per mettere pace tra i contendenti. Era una trappola, naturalmente. E Varo ci finì dentro. “La più comune causa di un disastro è il senso di sicurezza” come commentò lo storico romano Velleio Paterculo: Arminio lo sapeva e ne approfittò per mettere in pratica il suo piano fomentato da anni di odio antiromano.

A nulla valsero i tentativi di Segeste, suocero di Arminio, fedele ai romani, di mettere in guardia il burocrate Varo: la XVII, la XVIII e la XIX legione, con al seguito l’impedimento delle vettovaglie e delle famiglie, scortati da Arminio, che sembrava accompagnare amichevolmente la colonna, si aprirono il varco nell’oscurità della foresta, che nel 9 d.C. copriva una vasta zona tra l’Ems e il Weser. E lì Arminio e i suoi scomparvero. I romani erano al massimo del disordine, frammisti ai carriaggi e alla massa di famigliari che seguivano disarmati, vi fu un temporale che spezzò le cime degli alberi causando altra confusione. L’attacco giunse improvviso: gli uomini di Arminio lanciarono nugoli di giavellotti, i romani organizzarono uno straccio di linea difensiva e bruciarono i carri per aprirsi una via di fuga verso la campagna. Invece si ritrovarono nella foresta e subirono gravissime perdite, una forte pioggia ostacolò ancora di più i loro movimenti, inzuppando gli scudi e rendendoli inutilizzabili.

 

Otto Albert Koch, “Varusschlacht”, 1909

Fu allora che Arminio ordinò l’assalto finale all’arma bianca. Varo e le più alte cariche militari, invece di combattere fieramente si tolsero la vita, solo Vala Numonio, comandante della cavalleria, riuscì a fuggire. “L’esercito romano fu sterminato fino all’ultimo uomo da un nemico che massacrò quei soldati come se fossero bestie” racconta ancora Velleio Paterculo. Quanti furono catturati vennero crocifissi oppure arsi vivi o ancora immolati in sacrificio agli dei.

Delle legioni di Varo per anni non si seppe più nulla, solo voci di una rivolta e di un massacro. Più tardi, fu Germanico a scoprire i resti dell’esercito romano nella selva: ossa calcinate, frammenti di giavellotti, resti di cavalli, teschi attaccati agli alberi. Racconta Svetonio nelle “Vite dei Cesari”: “Quando giunse la notizia... dicono che Augusto si mostrasse così avvilito da lasciarsi crescere la barba ed i capelli, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: «Varo rendimi le mie legioni!»”.

Per l’Impero Romano la sconfitta nella foresta di Teutoburgo fu l’inizio della fine.

La foresta di Teutoburgo © Nikater (Licenza GNU)

 

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LA FRASE DEL GIORNO 
Tutta la guerra si basa sull’inganno. 
SUN TZU, L’arte della guerra

martedì 8 settembre 2009

Gli haiku di Benedetti

L’haiku, la classica forma poetica giapponese con tre versi di 5-7-5 sillabe, è un modo di esprimere con immediatezza uno stato d’animo. Affascina anche noi occidentali, forse per la sua brevità in questi tempi di fretta. Brevità apparente, perché in così poco spazio, si potrebbe meditare a lungo. Jack Kerouac e Jorge Luis Borges praticarono gli haiku, e anche Mario Benedetti, il poeta uruguayano scomparso il 17 maggio di quest’anno. Ecco alcuni dei suoi haiku – nella traduzione purtroppo va perduta la classica forma metrica giapponese.

 

46

Passano le nubi
e il cielo torna limpido
di ogni colpa.

99

Come riderebbero
i punti cardinali
se fossero cinque.

104

Quando te ne vai
non scordare di portarti
il tuo disprezzo.

148

L’albero sa
di chi è ogni passo
di chi l’ascia.

149

So che l’abisso
ha il suo fascino
io non mi avvicino.

151

Con la tristezza
si può andare lontano
se uno va da solo.

213

Un pessimista
è solo un ottimista
ben informato.

 

Mario Benedetti in un disegno di Rodolfo Fucile

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è registrazione rapidissima di momenti chiave della nostra esistenza. In ciò è pura, assoluta, non ha tempo di contaminarsi con nulla. Nemmeno con i nostri dubbi.
ALBERTO BEVILACQUA, La Fiera Letteraria, giugno 1973

lunedì 7 settembre 2009

In metropolitana

La poesia è ovunque, come la vita. Le stazioni e i vagoni della metropolitana, queste viscere delle città in cui si scende come nel proprio Ade quotidiano, sono un luogo di incontro dove ci fondiamo e ci misuriamo con l’umanità. Diventiamo piccola parte di quella folla di impiegate, operai, manager, studenti, badanti, suonatori di fisarmonica, donne dell’est europeo che accattonano con voce dolente ripetendo la stessa cantilenante tiritera… Non possiamo sfuggire, una volta dentro, una volta passato l’abbonamento sulla macchinetta magnetica o timbrato il biglietto da un euro: ci immergiamo in quelle luci artificiali, in quell’arcipelago di pubblicità, nelle notizie che provengono dagli schermi televisivi, affrontiamo il caldo d’estate, mitigato dai ventilatori che spruzzano acqua, e il freddo d’inverno, stringendoci nei nostri cappotti e nelle nostre sciarpe. Anche la claustrofobia che abbiamo forse sentito le prime volte se n’è andata, diventa routine. Così come la paura che abbiamo provato nei giorni successivi all’11 settembre, alla strage di Atocha a Madrid, all’attacco nella metropolitana di Londra…



METRÒ DI PIAZZA WITTENBERG

Quelli che sulle scale mobili
ti scendono incontro, giù
nell’Ade quotidiano, il vecchio
assorto nella scontrosità del suo cuore,
la donna avvilita
mormorante tra sé qualcosa d’amaro:

entrambi, pervasi d’entusiasmo
un tempo, chissà quando, furono svagati,
fuori di sé, raggianti
di baldanza, oppure no?
Com’è successo? Da quando? E perché?
Fuori, ormai, anche la neve si è ridotta

a fanghiglia.

HANS MAGNUS ENZENSBERGER



IN UNA STAZIONE DEL METRÒ

Questi volti apparsi nella folla;
petali su un ramo umido e nero.

EZRA POUND



METROPOLITANA

Fu qui, sotto la volta del tunnel,
tu a correre davanti nel tuo cappotto da viaggio,
io dietro come un agile dio per raggiungerti
prima che ti mutassi in giunco

o in qualche nuovo fiore, bianco
e carminio. Caddero dal cappotto svolazzante
uno a uno i bottoni in breve traccia
tra metropolitana e Albert Hall.

Luna di miele sotto la luna, per il concerto
tardi, e muore l'eco dei nostri passi. Ora
pietre di luna torno come Hänsel a cercare,
il cammino a ritroso ripercorro,

come Hänsel raccolgo i tuoi bottoni
fra il vento e fioca luce di stazioni.
Partiti i treni, umide le rotaie
nude e tese a seguirti come me

e dannato io sia se guardo indietro.

SEAMUS HEANEY



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LA FRASE DEL GIORNO
Si sa, in una città come Milano la metropolitana non è un mezzo di trasporto, ma è la protagonista della quotidiana commedia umana, il nostro comune inferno o purgatorio.
Scendo, entro, e resto stupito. Cos'hanno oggi i miei compagni di viaggio per starsene lì imbambolati, come in sospeso, con quell'attesa dipinta sui volti, le mani raccolte in grembo, dolcemente imbarazzati come si vergognassero un po' per quello sconveniente abbandono? Nel vagone, fattosi improvvisamente silenzioso, qualcuno sta suonando Vivaldi
.
FERRUCCIO PARAZZOLI, MM rossa

domenica 6 settembre 2009

Come il cielo di settembre

ALESSANDRO PARRONCHI

A MIO PADRE, IN SOGNO

Sorridi un poco e te ne vai pensoso.
E ad un tratto con lacrime mi chiedo
quanto tempo è che al petto non ti stringo
non afferro da amico quelle braccia.
La memoria ha insensibili naufragi.
Scolora come il cielo di settembre
sotto il vento si popola di nubi.
Te ne vai. Quante cose all’improvviso
mi ritrovo da dirti… E resto muto.
Ma perché nell’istante che mi volto
non sei più là? Ci sono tante cose
da dirsi… Ed io ti chiamo ancora, e credo
che non può certo, questo, essere un sogno.

(da “Coraggio di vivere”, 1956)


Alessandro Parronchi, scomparso nel 2007 a 92 anni, è uno dei miei poeti preferiti. In questa poesia dedicata al padre c’è una terzina assolutamente formidabile, un vero diamante in una collana già di per sé pregiata: naturalmente è quella che definisce le lacune della memoria ed è deliziosa l’analogia con il cielo di settembre che lentamente sbiadisce riempiendosi di nuvole. La memoria è davvero così: i ricordi con il passare del tempo diventano evanescenti, le immagini non svaniscono, ma perdono nitidezza, come quei disegni che si ottenevano passando uno straccio imbevuto di trielina sul foglio di carta posto sopra una pagina di rivista… Così, anche nel sogno Parronchi resta sospeso nella sua ricerca d’infinito: il padre se ne va lasciandogli quella ferita di cose non dette, quella nostalgia di abbracci non dati.


Takeyce Walter, “September sky”


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LA FRASE DEL GIORNO
Io non saprò mai andare
a ritroso per vincere l’età,
prigioniero del tempo, che del tempo
e la misura e il termine non sa.

ALESSANDRO PARRONCHI, Poesia all’antica

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