giovedì 17 agosto 2017

È questo un libro


MANUEL ANTÓNIO PINAPina

I LIBRI

È questo allora un libro,
questo, come dire?, sussurro,
questo volto rivolto all’interno
di una cosa buia che ancora non esiste
che, se una mano improvvisa
innocente lo tocca,
si apre indifeso
come una bocca
che parla con la nostra voce?
È questo un libro,
questa specie di cuore (il nostro cuore)
che dice “io” tra noi e noi?

(da Come si disegna una casa, 2011)

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È una bella descrizione di un libro questa che fa il poeta portoghese Manuel António Pina (1943-2012): perché alla fine ogni libro è parte di noi, è quello che di nostro troviamo in esso, che da essere inanimato e misterioso illumina il suo buio pagina dopo pagina, svelando quel suo ignoto universo.

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Kush

DIPINTO DI VLADIMIR KUSH

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LA FRASE DEL GIORNO
I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante.

FERNANDO PESSOA

mercoledì 16 agosto 2017

La contrapposizione


RAFAEL CADENAS

I POETI NON CONVINCONO

I poeti non convincono.
E nemmeno vincono.
Il loro ruolo è un altro, estraneo al potere: la contrapposizione.

(da Annotazioni, 1973)

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Eh già: come annota il poeta venezuelano Rafael Cadenas (Barquisimeto, 1930), poesia e potere non vanno d’accordo, i poeti non possono asservire la loro libertà – in tal caso la loro non sarebbe più poesia, poiché verrebbe meno il senso critico insito nei versi, la capacità di vedere le cose da un punto di vista privilegiato, forse più alto, comunque diverso.

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De Chirico

GIORGIO DE CHIRICO, “IL POETA E IL PITTORE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Che cosa ci si aspetta dalla poesia se non che renda più vivo il vivere?

RAFAEL CADENAS

martedì 15 agosto 2017

La balena verde dell’estate


PABLO NERUDA

ODE ALL’ANGURIA

L’albero dell’estate
intenso,
invulnerabile,
è tutto il cielo azzurro,
sole giallo,
stanchezza a goccioloni,
è una spada
sopra le strade,
una scarpa bruciata
nelle città:
la chiarezza, il mondo
ci angosciano,
ci attaccano
gli occhi
con polverone,
con repentini colpi d’oro,
ci incalzano
i piedi
con piccole spine,
con pietre calde,
e la bocca
soffre
più che tutte le dita:
hanno sete
la gola,
i denti,
le labbra e la lingua:
vogliamo
bere le cascate,
la notte azzurra,
il polo,
e quindi
attraversa il cielo
il più fresco di tutti
i pianeti,
la rotonda, suprema
e celestiale anguria.
È il frutto dell’albero della sete.
È la balena verde dell’estate.

L’universo secco
all’improvviso
cancellato
da questo firmamento di freschezza
lascia cadere
la frutta
traboccante:
si aprono i suoi emisferi
mostrando una bandiera
verde, bianca, scarlatta,
che si scioglie
in cascata, in zucchero,
in delizia!

Cassaforte dell’acqua, placida
regina
del fruttivendolo,
bottega
della profondità, luna
terrestre!
Oh pura,
nella tua abbondanza
si sciolgono rubini
e uno
desidera
morderti
affondando
in te
la faccia,
i capelli,
l’anima!
Ti distinguiamo
nella sete
come
miniera o montagna
di splendido alimento,
ma
ti trasformi
tra la dentatura e il desiderio
soltanto in
luce fresca
che si slega,
in sorgente
che ci toccò
cantando.
E così
non pesi
nella siesta
bruciante,
non pesi
soltanto
uvette
e il tuo grande cuore di brace fredda
si trasformò nell’acqua
di una goccia.

(Oda a la sandía, da Odi elementari, 1954)

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Quale altro frutto è simbolo dell’estate piena e soprattutto del Ferragosto più dell’anguria? Quella di cui a Milano si dice che “se pacia e se lava la facia” (si mangia e ci si lava la faccia). Ecco l’ode che eleva alla verde “luna terrestre” che spaccata diventa una bandiera italiana (o messicana) nientemeno che un Premio Nobel, il poeta cileno Pablo Neruda (1904-1973).

Buon Ferragosto, amici lettori del Canto delle Sirene!

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Anguria

ELIZABETH FLOYD, “ANGURIA A FETTE”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'anguria è il salvadanaio dei tramonti.
RAMÓN GÓMEZ DE LA SERNA, Greguerías

lunedì 14 agosto 2017

Il seme brillante della notte


ROBERT LOUIS STEVENSON Rsl1

IL GUARDIANO DEL FARO

Il seme brillante della notte,
la stanza di luce infuocata mi circonda:
siedo dentro una fiamma di luce
tenuta alta sopra il mare scuro.
Lontano la risacca si infrange e urla
lungo miglia deserte di spiaggia
illuminata dalla luna
e tra le maree l'onda che precipita
cade in una valanga di schiuma
e riporta le sue acque agitate
verso scogli e caverne d'acqua.

La campana suona chiara: i meccanismi si tendono,
le lenti girando lampeggiano e passano,
la struttura va girando nella struttura luccicante
con gelidi balenii di specchio in movimento:
non viste da me, ogni ora oscura
le onde si accavallano fino alla torre
o nel riflusso sprofondano ancora;
e a volte per tutta la notte
attratto da lontano affascinato dalla luce
un uccello di mare sbatte contro i vetri.

E finalmente quando l'alba chiude la notte
e cinge il semicerchio del mare,
il faro pallido e alto nella luce
sembra più bianco e spettrale.
L'alta marea del mattino è finita: ora si vede
la cintura di alghe verde e netta
che circonda la base della torre,
distingue gli intervalli della marea
e i guardiani hanno gli occhi pesanti
e le labbra insonni sono secche e amare.

La notte è finita come un sogno:
gli uccelli di mare gridano e s'immergono,
e nel sole del mattino evaporano
le secche di nuovo scoperte e grondanti
attorno al cui bordo l'onda di vetro
si sente scorrere con uno sciacquìo frusciante;
mentre, sulla torre bianca che si solleva alta
con luce gialla nel vetro sbiadito,
le lenti che girano lampeggiano e passano
e brillano pallide contro il cielo.

1869

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Robert Louis Stevenson (1850-1894), scrittore scozzese noto soprattutto per “Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde” e per il romanzo di avventura “L’isola del tesoro”, si cimentava anche con la poesia. I fari fecero parte da sempre della sua vita: il nonno, il padre e due zii erano infatti costruttori di fari. Stevenson rende tutto il fascino di queste torri luminose conferendo alla poesia immagini di colori e movimento.

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Faro

JOSEPH TURNER, “IL FARO DI BELL ROCK”

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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole del mare salgono con la marea: / alghe, scogli, gabbiani, faro, barche, spume e onde, / sovrane, femminili e infinite onde.
WINÉTT DE ROKHA, Oniromanzia

domenica 13 agosto 2017

Nel silenzio della notte


NUNO JÚDICE

TORNA DA ME NEL SILENZIO DELLA NOTTE

Torna da me nel silenzio della notte
voce che amo, e le tue parole
che mai dimentico. Torna da me
perché la tua assenza non appanni
il vetro della memoria, né lo trasformi
nello specchio opaco dei miei occhi. Torna
con le labbra di cui sognai il bacio in un estuario
rivestito del sudario della nebbia; e trascina
con te l’alta marea del mattino che ogni
naufrago ha sognato.

(da Il movimento del mondo, 1996 - Traduzione di Chiara De Luca)

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Il poeta portoghese Nuno Júdice (Portimão, 1949) disse in un’intervista al quotidiano spagnolo El País: “Mi costringo a scrivere ogni giorno, come un impiegato. Scrivere è la mia vita. Mi piace farlo, non mi dà da vivere, però è la mia maniera di essere”. Così, allo stesso modo, ogni notte sogna la voce amata, il corpo amato, per cercare di riaverlo, di sopperire a quell’assenza, come del resto la poesia stessa è un tentativo per lo più vano di appropriarsi della realtà.

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DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia offre il suo canto / all'amore, alla celebrazione ebbra del passato, / alle risa che il tempo non ha conservato.
NUNO JÚDICE

sabato 12 agosto 2017

Intatta sotto la cenere


CARL RAKOSIrakosi1

POESIA

La sua natura è sembrare
insieme assoluta e mortale
come se un bambino fosse passato di qui
o l’impronta del suo piede
si fosse conservata
intatta
sotto la cenere di Ercolano.

(da Poesie scelte, 1941)


L’Oggettivismo, corrente estrema del Modernismo, cui appartennero solo poeti americani di cui l’ultimo fu Carl Rakosi (1903-2004), indaga sul rapporto tra gli enunciati modificandoli, mettendoli in dubbio e analizzandoli per porre in rilievo i collegamenti poco appariscenti tra le cose. Ne è quasi un manifesto questa poesia, dove l’impronta evanescente di un bambino, simile a un calco di quelle impresse nella cenere dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo, emerge come uno svelamento del reale.

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Impronta

FOTOGRAFIA DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
È questo che la poesia essenzialmente è: una rivelazione, una scoperta dell’ignoto.
CARL RAKOSI

venerdì 11 agosto 2017

È parole la poesia


NIKIFÒROS VRETTÀKOSvrettakos

POETICA

Prima che sia scritta, è parole la poesia.
Poi le sue parole diventano nuvole,
colori, luce, maree di astri,
fiumi di bandiere, macchine, ciminiere,
gente che sale o scende,
impalcature all’orizzonte.
E pensate: tutte queste cose, prima di diventare ciò
che sono in poesia, erano solo parole.

(La terra che si fa fiore e albero).

(da Il pianeta visibile,1983 - Traduzione di Gilda Tentorio)

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La terra si fa fiore e albero attraverso il seme. Lo stesso accade per la poesia, dice il poeta greco Nikifòros Vrettàkos (1912-1991): prende le parole singolarmente e le associa formandone meraviglie capaci di descrivere il mondo intero, le città, la natura, l’universo, ma soprattutto i sentimenti e le emozioni: una traduzione “che cerca di riplasmare il mondo”, come scrive la traduttrice Gilda Tentorio sul numero 289 di Poesia.

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RENÉ MAGRITTE, “LA CORDA SENSIBILE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Splendono, si sciolgono, / si perdono le mie parole l’una dentro l’altra, / non hanno confini.
NIKIFÒROS VRETTÀKOS, L’abisso del mondo

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